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Innanzitutto, cosa intendiamo per popolarnazionalismo? Intendiamo quell’ebrezza che si prova ogni qualvolta una particolare visione del mondo si cristallizza attorno ad una precisa variabile della realtà quotidiana alla quale si affida il compito di saldare assieme violenza e organizzazione.

 

Violenza e Organizzazione vengono saldati perché tale unione permette agli individui, a quel noi che normalmente è piuttosto evanescente, una sintesi dei suoi mali in uno specifico simbolo di una presunta malvagità che opprime il nostro mondo.
Viene applicato quel principio che
Machiavelli consigliava nel Principe: si individua e annichisce il nemico invisibile, quel particolare gruppo che non può (o non sa) difendersi. Si alimenta la Questione, uno spauracchio dal quale difendersi, si parla, si crea lo scandalo, e intanto si rende assolutamente impossibile non chiedersi se questo determinato gruppo non rappresenti realmente una minaccia, perché, si sa, siamo convinti che il popolo non possa sbagliare (né tanto meno i giornali, suoi fedeli rappresentanti). Una volta alla ribalta della cronaca, la negazione della minaccia opera essa stessa quale affermazione, per un ormai noto principio: la negazione ha minor impatto cognitivo dell’affermazione (quando mai qualcuno che afferma di “non essere un ladro” non è stato sospettato di tale reato?). Inizia con l’interdizione, e cresce fino a diventare un brivido di ribrezzo, spontaneo, immediato. Alla fine, per un altro ben noto principio, la negazione ora affermazione diviene quasi piacevole, come appunto un disgraziato stato d’ebrezza.

 

Stiamo montando la rabbia, ora è contro i crucchi, ora contro i banchieri, ora contro la casta, gruppi il cui contatto con la comunità è quasi nullo, se non tramite l’intermediazione dei media, che ora si scatenano contro i nemici dei propri padroni, con una certa dose di obbedienza. La questione è già nata, è nei bar e sui mezzi pubblici, che sono il vero termometro della civiltà di un paese. Non che la questione sia sola, poverina, si aggiunge ad una lista decisamente lunga di questioni irrisolte, ci sono gli stupratori romeni, i negri puzzolenti, gli zingari che mangiano i bambini, i froci che non devono avere figli. La lista dei “nemici del popolo” è complessa, siamo carnefici sofisticati, noi.

A questi a cui un giorno la si vorrebbe far pagare (l’importante è che la soluzione non sia sgradevole alla vista) oggi si aggiungono con prepotenza i tedeschi che odiano l’Italia, i banchieri che odiano i poveri e la casta che odia il popolo.

In realtà la definizione quantitativa di chi statisticamente abbia più colpe non fa che alimentare la crisi di un sistema, probabilmente una crisi dell’intera civiltà occidentale. Essa non può dirsi arbitrata da una decina di signori in giacca e cravatta, sguardo fosco e pensieri dittatoriali. In realtà ci siamo dimostrati molto più abili nell’uso della violenza che nella sua organizzazione.

 

Appare allora terribilmente indicativo ciò che scrive Walter Siti, proprio in relazione alla recente crisi: “le vittime invidiano i carnefici ed è facile ingannarle con l’elemosina di un simulacro anche miserabile”. In quanto ciò che non ci riesce di capire è che un simulacro non è altro che un simbolo capace di attuare una sintesi dei nostri mali, atto a “identificare ed espellere”. Implica la creazione di una questione perché così si rende possibile la caccia alle streghe che porterà all’eliminazione della vittima sacrificale, perché la società intera possa sentirsi senza peccato.

Detto in altre parole, abbiamo bisogno dei tedeschi perché così possiamo sentire la nostra coscienza a posto senza venire costretti a vedere lo stato feudale in cui versa il nostro paese. Abbiamo bisogno dei banchieri per mettere a tacere la coscienza di fronte al nostro osceno consumismo, che ormai non si limita neanche alla spesa di ciò che abbiamo, ma anche di ciò che non abbiamo, alimentando una vergogna della povertà che, infine, non è altro che la povertà stessa. Abbiamo bisogno della casta per chiudere gli occhi di fronti ad un modello di promozione, di prospettive esistenziali, di un intero immaginario che verte proprio sui valori predicati dalla classe politica. Invidiamo insomma dei veri o presunti carnefici, perché pronti a diventarlo noi stessi, una volta ottenuto un potere di cui sentiamo lo spasmodico bisogno, ogni volta che alimentiamo una visione del mondo che serve soprattutto a giustificare ciò che siamo, invece che a capire ciò che vediamo.

 

Questo modello di comprensione del mondo eteronomica, cioè importata da altrove e non dalla nostra coscienza permette questa capacità di lasciarsi influenzare da chi ci promette di salvarci dai mali del mondo. Affonda le radici su una violenza logica legittimata e riempita di loghi linguistici da partiti, ideologie, gruppi e movimenti. Questi ultimi esercitano la funzione di ripetere litanie perfezionate affinché ci rendano capaci di vincere il discorso, perché risultare inattaccabili nel dialogo significa potersi imporre, senza che in realtà alcuna forma di coscienza permetta una qualche autonomia intellettuale. Quello che ci appare come diritto, come un inequivocabile sillogismo, come chiarezza, è in realtà un guscio vuoto. E quel che è peggio è di che questi “gusci vuoti” siamo bombardati senza soluzione di continuità, e la frammentarietà degli stessi rende questo auto-eliminazionismo estremamente tollerabile, addirittura piacevole. Sentiamo da qualche parte qualcosa e la sua logicità cristallina ci lascia spiazzati, convinti che con un “quelli che vengono qui devono lavorare” ci si apra improvvisamente un mondo, quando in realtà esso si chiude a soffocarci. Abbiamo il dovere di esistere, se non vogliamo finire come un macchinario che, pur ricevendo input da fonti diverse (meraviglioso pluralismo), svolge la stessa medesima funzione per tutta la sua esistenza: compiacersi.

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Ultimamente ne abbiamo sentite e viste parecchie. Più sentite che viste a dire la verità. Lo sguardo di Sarkozy ad Angela Merkel. L’euforia dell’Unione Monetaria Europea nel realizzare ciò che a parole era sembrato, con la nascita dell’Euro, un pilastro fondamentale della filosofia dell’Europeismo, ossia la solidarietà tra gli stati.

Di più. Abbiamo visto, meglio, sentito un’enorme mole di bellissimi discorsi, lunghe discussioni, inviti all’azione. Ecco, l’azione, è questo il punto. Parola e azione, azione e parola. Ci si è molto interrogato sulla dialettica parola/azione, lo hanno fatto filosofi, sociologi, antropologi, psicanalisti e linguisti, politologi e scrittori. Alla parola segue l’azione o all’azione segue la parola? Forse sarebbe salutare se ci fermassimo un attimo.

 

Il dibattito, posto nella forma triadica degli elementi della Parola, dell’Azione e del legame che tra esse intercorre, implica che sulla direzione di questo legame venga a porsi il nodo cruciale. L’esistenza e la natura di questo presunto nesso logico rimane, così, totalmente ignorata. Non solo: il rischio è quello che questa venga considerata una “semplice” questione di Filosofia, una problematica da lasciare sullo scaffale accanto a “Il mondo come Volontà e Rappresentazione”. Nulla di più errato.

A ricordarcelo non è un individuo qualunque, è un certo Milton Friedman, forse il più importante economista del novecento, assieme a John Maynard Keynes.

Neanche a dirlo, Friedman parla proprio di autorità monetarie, asserendo che la politica monetaria deve rispondere ad un principio di coerenza, affinché possa realizzarsi una stabilità dei mercati. La BCE, organismo attorno a cui sta ruotando l’enorme problema del debito nell’eurozona, si fonda, lo ricordo, sul mantenimento della stabilità dei prezzi. Un problema filosofico? Non nel senso classico (e corrotto) del termine. Un problema socioeconomico? Assolutamente.
L’Europa delle democrazie, quella degli ultimi sessant’anni, uscita dagli orrori del Totalitarismo Sistemico (il totalitarismo assurto a condizione endemica in alcune regioni e standardizzato quindi nel sistema complessivo) che sembrava averla ormai fagogitata, non ha saputo che produrre una enorme domanda di carta per documenti, dichiarazioni, dichiarazioni solenni, pentimenti, scuse ufficiali, dichiarazioni d’intenti e timidissime e reverentissime proposte. La Regale maestà è divenuta nel nostro tempo la Democrazia stessa, nonostante l’avvertimento di intellettuali come Aléxis de Tocqueville, che già nell’ottocento metteva in guardia da un’eccessiva fiducia nella libertà conquistata, o di Cornelius Castoriadis dallo smettere di mettere tutto in discussione.
La Democrazia non conosce ordinanze esecutive, è vero, se ne sono accorti(e per ultimi) gli Usa, ed è anzi nemica di qualsiasi forma autoritaria. Di più. Ogni forma di contaminazione tra Democrazia e tale imposizione istituzionale non la porterebbe che in una spirale devitalizzante il cui punto di arrivo è lo Stato Etico.

Ciò premesso, si delinea l’invalicabile confine tra massimi sistemi e forme di governo, in maniera tutto sommato analoga al modus operandi, nella definizione del diverso ruolo che nell’azione umana ricoprono l’Etica e la contingenza. Tuttavia è proprio dal frazionamento dell’identità etica dell’individuo che si genera il frazionamento dell’identità dell’individuo nella storia, e quindi della storia stessa.

L’enorme trauma del più puro orrore nel cuore della “civiltà” (Auschwitz) ha aperto un’immensa ferita che, come ogni ferita della psiche, porta alla rimozione, fino all’ultima istanza, quella della schizofrenia. Ne ho già parlato in un articolo, ma non è questo il punto.

L’interrelazione tra forma di governo e massimo sistema di riferimento implica una questione sociopolitica, oltre che filosofica. Indicare un ideale come meta a cui tendere verso la creazione di una forma di coesistenza pacifica e reciprocamente proficua è cosa fondamentale, ma appartenente ad un orizzonte di analisi ancora superiore a quello del paradosso che resta, ad oggi, da sciogliere, l’irriducibile questione del disagio che negli ultimi tre anni ha tenuto in scacco il sistema monetario europeo e più in generale il sistema che lega reciprocamente molti paesi tramite debiti incrociati, flussi di investimenti e, non ultima, anche se non per tutti, la costrizione ad un’unica politica monetaria.

Il semplice fatto che le organizzazioni internazionali, in questo caso l’Unione Europea stiano letteralmente affogando in questa mole di carta ormai derubata da qualsiasi valore reale, non riguarda semplicemente la ricerca del fatto in mezzo a tante parole.
Le mancanze dell’Europa stanno lentamente emergendo nella loro connotazione puramente economica:
1)
L’instabilità delle relazioni internazionali tra i paesi membri dell’UME, dovute:

A) Alla permanenza di debiti incrociati

B) Alle tensioni riguardanti l’intervento in Libia e, soprattutto, riguardanti la spartizione delle commesse per la ricostruzione del paese.

C) Al metodo di partecipazione, oltre che alla consistenza del fondo
“Salva-stati”, forse l’unica via per evitare un default pilotato in Grecia che rischierebbe di lasciarla insolvente nei confronti dei propri debitori, principalmente Francia, Portogallo e Germania, anche se con importi non altissimi (circa 92 miliardi di dollari), specie se paragonati al debito italiano (444 miliardi, tra Francia, Spagna, Giappone, Usa e UK) o a quello spagnolo (208 miliardi, tra Francia, Giappone, Germania e Irlanda).
1)La sfiducia dei Consumatori e degli Investitori, quindi:
A)Per quanto riguarda i Consumi:
Con un tasso di disoccupazione dell’Unione Monetaria Europea attestato attorno al 10%, le cifre al riguardo non sono drammatiche (escludendo la Grecia al 15%). I dati allarmanti riguardano la disoccupazione giovanile: I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono il 44% in Spagna, il 38% in Grecia, il 29% in Italia, il 28% in Irlanda, 27% in Portogallo, Francia attorno al 23%, con una media della zona-euro attorno al 21%, grazie a paesi come l’Austria (9%), la Germania (8%), l’Olanda (7%). E’ necessario, inoltre, tenere conto di forme di percezione del reddito non rilevabili (lavoro in nero), ma soprattutto dell’incidenza sul tasso di occupazione dei cosiddetto contratti a progetto (in Italia stimati attorno alle 400000 unità), da inserire nel più complesso scenario della precarietà della percezione del reddito, che colpisce 3757000 individui, in Italia, secondo la stima elaborata nel 2007 da Emiliano Mandrone e Nicola Massarelli.

 

B) Per quanto riguarda gli Investimenti:
Un progressivo aumento del rischio dei titoli dei paesi “deboli” dell’Eurozona, segnalato dal declassamento nel rating e dall’aumento : Ancora una volta si parla di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna. Quindi meno investimenti, conseguentemente meno occupazione e quindi meno consumi.

La tempesta, insomma, non può essere aggirata, né le si può fuggire, perché ci ha lentamente circondato. Questo non significa che non esista una soluzione, ma questa soluzione richiede alla sua base un fattore, un fattore che non abbiamo mai avuto e che l’Euro stesso ha sempre imposto come prerogativa per evitare un tracollo storico: l’Europa. Altrimenti ciò che porterà ad una revisione della moneta unica non sarà una semplice crisi economica, ma una crisi culturale, che passa anche per una crisi delle conoscenze, l’unico elemento capace di permettere uno sviluppo comune ed equlibrato.
Le necessità perché questo accada sono insite nelle problematiche sollevate non certo da me. Le uniche risposte date fino ad ora sono, dal punto di vista economico, una liberalizzazione delle imprese, con abbattimento dei costi di turn-over e la creazione di una cassa europea, il fondo salva-stati, che rischia di diventare un pozzo dove andare a mettere le mani ogni volta che si è gestita male la politica fiscale (un nuovo falso metodo di finanziare il debito, se si vuole); dal punto di vista politico una assurda e incommentabile rissa di voci più nazionali che europee.
Se non ci decideremo a valorizzare la formazione della conoscenza prima e del know-how poi, se non ci decideremo a sovvenzionare una seria mobilità europea del lavoro e dell’istruzione (vedi le sovvenzioni ridicole agli studenti Erasmus), e se infine non faremo questo con politiche chiare, condivise e trasparenti, beh, allora forse sarà troppo tardi, non per l’Euro, ma per l’Europa stessa, e vedremo così sprecata l’ennesima possibilità di dar vita ad una vera Civiltà. E questa non è filosofia, né tantomeno retorica, è qualcosa che stiamo pagando con denaro fin troppo reale.