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Casta o non casta, Casta o Anti-casta, Casta, non-casta, pasta… no, questo è l’effetto dell’ora di pranzo. O forse è il tremendo alone lasciato lì, a penzolare giù da Montecitorio, tanto per rinnovare con devozione l’antica tradizione dell’ignoranza non ammessa su cosa sia effettivamente legge in Italia. Per amor proprio opteremo per la seconda ipotesi: nel nostro paese, diciamocelo, la legge è l’ultimo dei problemi. Sì, va beh, c’è. Ma poco importa. Tanto poi c’è sempre il miracolo italiano a provvedere. Quindi non sorprende che al di là degli idolatrati simbolismo della legislazione elettorale, al di là delle meravigliose insegne illuminate al neon dai partiti, in procinto di mettersi in vendita, come una prostituta in avanti con gli anni sotto le luci del neon, al di là di queste misere sciocchezzuole insomma, il mistero di come accidenti si arroccheranno stavolta sul cucuzzolo dell’iceberg rimane. La vacatio legis vera, e col suo ghigno più feroce rimane lì, salutando amabilmente.

Possiamo però, ben immaginare, queste formule arrabattate, maggioritario, proporzionale, uninominale, plurinominale, mentre i partiti, con righello e squadra spacchettano voti (non ancora ottenuti) per rifare tutto come “ai bei vecchi tempi”, quando tutto era semplice e si rubava contenti. Non sono più i vecchi tempi. Tira un’altra aria, e se non vogliamo rimanerne spazzati via, dobbiamo inventare qualcosa, e come comunità, non come meccanismi inanimati di una dualistica elettori/eletti.

Già imparare la fine arte del vergognarsi quando si fa qualcosa di ingiusto sarebbe un buon punto di partenza.

 

Il problema della Legge elettorale, al di là delle batterie da ricomprare per la calcolatrice, fonde la questione dei rapporti tra i partiti e quella dei rapporti tra parlamento ed elettorato. La seconda di queste vede i nostri esemplari rappresentanti perdere un attimo la visione generale delle cose. O forse credono che la sacra ritualità del parlamento possa salvarci tutti dal perdere quel minimo di civiltà che ci resta. O forse non hanno proprio idea di cosa dovrebbero esattamente fare, perché hanno scelto il proprio mestiere non per fare politica, ma per fare i politici. E questo è un costo un po’ troppo stressante, anche per una poltrona calda e un vitalizio consistente. Diciamocelo, non credo che un Gasparri, per dire un nome a caso, possa davvero confrontarsi con il Fondo Monetario Internazionale.

La prima ha molto a che fare con la società “civile”. La legge elettorale incide in maniera sostanziale sulla gestione del paese, e, dato che la stragrande maggioranza del paese preferirebbe spiegare la Critica della Ragion Pura a Calderoli al solo pensiero di andare a votare, questo incide non poco sugli umori del paese.

 

Quest’ultimo aspetto non è né scontato né irrilevante. Non è scontato perché nel momento in cui la “bolla Monti” scoppierà, anche alla scadenza naturale del mandato, le pressioni congelate o comunque tenute a freno dal governo tecnico ritorneranno forti, anche più di prima. Non è irrilevante, in quanto l’umore della popolazione (vero indice della civiltà di un paese) gravita attorno a pensieri poco lusinghieri attorno a categorie identificabili (in ultimo le banche e l’Europa, ma aggiungerei anche immigrati e casta), con il cui cadavere da sempre amiamo dilettarci, l’importante è che poi a pulire dai corpi e dal senso di colpa venga qualcun altro.

 

Ad oggi quello che si evince, non della Legge Elettorale in sé, quanto delle strategie dei partiti per rimanere vivi, sembra essere il tentativo disperato e pesantemente involutivo del recupero della tanto simpatica democrazia consociativa. Di cosa si tratta? Da manuale, di rappresentanti che, nel più puro spirito solidaristico, fanno fronte unico contro un periodo avverso e si stringono in coalizione allargata. Da realtà dei fatti, una sghemba riunione di condominio tra inquilini di lunga data, sorretta da un quartetto d’archi a fare atmosfera, in difesa da un nemico immaginario, mal compreso o semplicemente inviso. Chi è questo nemico l’avrete capito. Si tratta dell’ormai onnipresente Grillo, idolo delle folle, eroe dell’anticasta, difensore del popolo sovrano contro i politici, contro l’unione europea, contro le banche, contro Equitalia, contro Monti, Bilderberg, Goldman Sachs, i nani armati d’ascia, i troll di montagna, le vecchiette con l’alzheimer, i puffi e i cattivi dei Pokémon.

A Grillo, naturalmente, si affiancano Lega Nord e Italia dei Valori, la cui presa di posizione ne fa dei soggetti non coalizzabili.
Da questo deriva la difficile situazione nel caso davvero si opti per il “Monti-bis”, che lo si intenda come una grande coalizione con Monti Presidente del Consiglio o grande coalizione, senza Monti ma in continuum con le politiche dal suo governo adottate. La dualistica Casta/Anti-casta rischia di avvitarsi in un circolo vizioso, stavolta davvero pericoloso, perché istituzionalizzato in un’area refrattaria e compatta (diciamo PD/UDC/PDL), arroccata e insidiata da un’opposizione (M5S, Lega Nord, IDV) resa volatile dalle seguenti condizioni:
-non si tratterebbe (a meno di clamorosi avvenimenti) di una coalizione formale.
-si tratterebbe di partiti divisi da distanza ideologica a volte feroce, ma contemporaneamente legati da una componente di “rottura”, spesso con connotazione anti-sistema, capace di renderne le rispettive basi elettorali reciprocamente permeabili, portando i partiti a spingere sempre di più per salvaguardare il proprio consenso dalla concorrenza.

 

L’errore in cui i partiti incappano è quello di credere che un polo bipartisan attirerà inesorabilmente i cosiddetti e fantomatici “moderati”. Verrebbe da rispondere come fece Borghezio alla parola moderati, ma preferiamo lasciare a tale personaggio le volgarità, dopo tutto è l’unica cosa che sembra avere a sufficienza.

La distinzione moderati/estremisti, oltre ad essere metodologicamente inutilizzabile, resta anche nella logica dualistica che tanti meravigliosi successi ha addotto al nostro paese. Varrebbe a trattare la moderazione, la capacità di dialogare al pari di un bonus di anzianità in parlamento. Se c’è una cosa che la nostra Costituzione insegna è che il giudizio (sia esso legislativo oppure politico) si sviluppa sull’atto, non sull’identità. E’ un principio sacro del pluralismo, e, se vogliamo, il vero nucleo pulsante della democrazia consociativa che tanto sbandierano i parlamentari dietro la blanda retorica della “responsabilità”.

 

Se la guerra fredda sulla legge elettorale si salda quella che sarà una lotta feroce alle prossime elezioni (senza contare la questione delle elezioni presidenziali), le dinamiche di chiusura ai (finti) nuovi partiti rischiano di portare ad una conventio ad excludendum  stavolta sì devastante, perché capace di logorare un ritorno alla prima repubblica tutt’altro che auspicabile. Neanche questo pseudo-rinnovamento sbandierato, che in realtà non è che il moto convettivo per cui gli elementi di un partito meno esposti si sostituiscono a coloro che lo sono, perché sembri più giovane, possono mitigare una tale minaccia. E’ ormai improrogabile una selezione di nuove figure all’interno dei partiti, affinché sostituiscano i leader ormai più ridicoli che autorevoli, come dei vecchi sdentati. Questo, sia chiaro, come primo di un altro inderogabile passo, quello della ridefinizione di nuovi partiti, calciando fuori corrotti, incapaci e condannati. Altrimenti il sistema, sia cristallino, è destinato ad implodere. Fuori si approntano le fiaccole, e il combustibile della crisi è più che abbondante. Chiara l’idea?

Innanzitutto, cosa intendiamo per popolarnazionalismo? Intendiamo quell’ebrezza che si prova ogni qualvolta una particolare visione del mondo si cristallizza attorno ad una precisa variabile della realtà quotidiana alla quale si affida il compito di saldare assieme violenza e organizzazione.

 

Violenza e Organizzazione vengono saldati perché tale unione permette agli individui, a quel noi che normalmente è piuttosto evanescente, una sintesi dei suoi mali in uno specifico simbolo di una presunta malvagità che opprime il nostro mondo.
Viene applicato quel principio che
Machiavelli consigliava nel Principe: si individua e annichisce il nemico invisibile, quel particolare gruppo che non può (o non sa) difendersi. Si alimenta la Questione, uno spauracchio dal quale difendersi, si parla, si crea lo scandalo, e intanto si rende assolutamente impossibile non chiedersi se questo determinato gruppo non rappresenti realmente una minaccia, perché, si sa, siamo convinti che il popolo non possa sbagliare (né tanto meno i giornali, suoi fedeli rappresentanti). Una volta alla ribalta della cronaca, la negazione della minaccia opera essa stessa quale affermazione, per un ormai noto principio: la negazione ha minor impatto cognitivo dell’affermazione (quando mai qualcuno che afferma di “non essere un ladro” non è stato sospettato di tale reato?). Inizia con l’interdizione, e cresce fino a diventare un brivido di ribrezzo, spontaneo, immediato. Alla fine, per un altro ben noto principio, la negazione ora affermazione diviene quasi piacevole, come appunto un disgraziato stato d’ebrezza.

 

Stiamo montando la rabbia, ora è contro i crucchi, ora contro i banchieri, ora contro la casta, gruppi il cui contatto con la comunità è quasi nullo, se non tramite l’intermediazione dei media, che ora si scatenano contro i nemici dei propri padroni, con una certa dose di obbedienza. La questione è già nata, è nei bar e sui mezzi pubblici, che sono il vero termometro della civiltà di un paese. Non che la questione sia sola, poverina, si aggiunge ad una lista decisamente lunga di questioni irrisolte, ci sono gli stupratori romeni, i negri puzzolenti, gli zingari che mangiano i bambini, i froci che non devono avere figli. La lista dei “nemici del popolo” è complessa, siamo carnefici sofisticati, noi.

A questi a cui un giorno la si vorrebbe far pagare (l’importante è che la soluzione non sia sgradevole alla vista) oggi si aggiungono con prepotenza i tedeschi che odiano l’Italia, i banchieri che odiano i poveri e la casta che odia il popolo.

In realtà la definizione quantitativa di chi statisticamente abbia più colpe non fa che alimentare la crisi di un sistema, probabilmente una crisi dell’intera civiltà occidentale. Essa non può dirsi arbitrata da una decina di signori in giacca e cravatta, sguardo fosco e pensieri dittatoriali. In realtà ci siamo dimostrati molto più abili nell’uso della violenza che nella sua organizzazione.

 

Appare allora terribilmente indicativo ciò che scrive Walter Siti, proprio in relazione alla recente crisi: “le vittime invidiano i carnefici ed è facile ingannarle con l’elemosina di un simulacro anche miserabile”. In quanto ciò che non ci riesce di capire è che un simulacro non è altro che un simbolo capace di attuare una sintesi dei nostri mali, atto a “identificare ed espellere”. Implica la creazione di una questione perché così si rende possibile la caccia alle streghe che porterà all’eliminazione della vittima sacrificale, perché la società intera possa sentirsi senza peccato.

Detto in altre parole, abbiamo bisogno dei tedeschi perché così possiamo sentire la nostra coscienza a posto senza venire costretti a vedere lo stato feudale in cui versa il nostro paese. Abbiamo bisogno dei banchieri per mettere a tacere la coscienza di fronte al nostro osceno consumismo, che ormai non si limita neanche alla spesa di ciò che abbiamo, ma anche di ciò che non abbiamo, alimentando una vergogna della povertà che, infine, non è altro che la povertà stessa. Abbiamo bisogno della casta per chiudere gli occhi di fronti ad un modello di promozione, di prospettive esistenziali, di un intero immaginario che verte proprio sui valori predicati dalla classe politica. Invidiamo insomma dei veri o presunti carnefici, perché pronti a diventarlo noi stessi, una volta ottenuto un potere di cui sentiamo lo spasmodico bisogno, ogni volta che alimentiamo una visione del mondo che serve soprattutto a giustificare ciò che siamo, invece che a capire ciò che vediamo.

 

Questo modello di comprensione del mondo eteronomica, cioè importata da altrove e non dalla nostra coscienza permette questa capacità di lasciarsi influenzare da chi ci promette di salvarci dai mali del mondo. Affonda le radici su una violenza logica legittimata e riempita di loghi linguistici da partiti, ideologie, gruppi e movimenti. Questi ultimi esercitano la funzione di ripetere litanie perfezionate affinché ci rendano capaci di vincere il discorso, perché risultare inattaccabili nel dialogo significa potersi imporre, senza che in realtà alcuna forma di coscienza permetta una qualche autonomia intellettuale. Quello che ci appare come diritto, come un inequivocabile sillogismo, come chiarezza, è in realtà un guscio vuoto. E quel che è peggio è di che questi “gusci vuoti” siamo bombardati senza soluzione di continuità, e la frammentarietà degli stessi rende questo auto-eliminazionismo estremamente tollerabile, addirittura piacevole. Sentiamo da qualche parte qualcosa e la sua logicità cristallina ci lascia spiazzati, convinti che con un “quelli che vengono qui devono lavorare” ci si apra improvvisamente un mondo, quando in realtà esso si chiude a soffocarci. Abbiamo il dovere di esistere, se non vogliamo finire come un macchinario che, pur ricevendo input da fonti diverse (meraviglioso pluralismo), svolge la stessa medesima funzione per tutta la sua esistenza: compiacersi.