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Esiste, nella Storia, una zona d’ombra, un luogo delle masse dove la norma istituzionalizzata nella Legge si incrina, lascia un vuoto, incontra, potremmo dire, una discontinuità. Nel tentativo di riportare ogni cosa sotto funzioni attive, ossia sotto un comportamento predeterminato e socialmente riconosciuto, a volte accade che si sfugga allo scopo di fondo del processo stesso, ossia la continuità e stabilità del sistema socio-economico. Pieno esempio ne sono le rivoluzioni, o le guerre, il momento in cui, come commentava, l’Economist, parlando dell’Italia, ci si chiede: “E ora?”.
La fluidità, componente chiave del dinamismo democratico di cui si è tentato d’investire l’occidente post-bellico, prende il sopravvento sui blocchi istituzionali e istituzionalizzanti della struttura nazionale e internazionale.
Questa stessa fluidità è posta a cardine dello sviluppo antimetafisico imposto alla svolta del passaggio dall’età moderna a quella contemporanea. Con l’avvento della secolarizzazione, ai dogmi sono stati sostituiti i paradigmi, avvolgendo amorevolmente la scienza, nuova fede, di questo spirito positivista dove la freccia del tempo è divenuta l’indicazione di un processo il cui fine è lo sviluppo. Un processo dinamico i cui vertici sono stati considerati Diritto, Economia e Libertà.

Libertà istituzionalizzata nel Diritto, Diritto non più inteso come forma di astrazione di principi dell’Etica, ma come venatura pratica nell’evoluzione della tecnica, e infine dell’Economia. Nel tempo, poi, il Paradigma dottrinario di riferimento è stato più volte posto in crisi, ridefinito, rimodellato, sostituito da uno nuovo o ripreso da un passato idealizzato e decaduto. Libertà, poi Uguaglianza, poi Armonia, Tolleranza, Integrità, Fede, Amore, Odio, Coerenza, Dinamismo, insomma, un enorme calderone di pensieri diversi in continua lotta per la supremazia, per lo status di Paradigma, di verità diffusa, di funzione dietro ad ogni comma, ad ogni tasso d’interesse, ad ogni slogan.

Si è venuta a creare, infine, una nuova metafisica, sono sorti molti dei, ma stavolta gli apostoli, i santi, non risiedevano in un testo, ma, a milioni, miliardi si costruivano l’aureola con poche firme, un’azienda e magari una candidatura. Di più, arrivavano a manipolare i principi, ormai caduti sulla terra, ormai divenuti Diritto, senza che nessuno potesse chiamarli fondamentalisti, perché questa non era religione, ma una questione di diritto, di politica, di affari, di regole che la comunità intera aveva eletto a proprie funzioni attive, come percorsi esistenziali nel contingente. Veniva rovesciato il principio che Diderot esprimeva nell’Encyclopédie, proprio agli albori dell’età contemporanea, per cui l’esistenza all’interno di un sistema di leggi impone all’individuo il rispetto delle stesse, o l’allontanamento. Sono quindi Agisco. No, stavolta è l’azione collettiva normatizzata nelle leggi che pone ciò che io sono, perché Agisco, e solo dopo, Sono.
Si è trattato, insomma di gabbie d’acciaio, di totalitarismi, di dittature feroci del pensiero imposto e della burocrazia soffocante. Ma si è trattato, poi, di gabbie invisibili, di smooth dictatorships, di pensiero unico popolare. Il paradigma come ipotesi base dell’avvicinamento progressivo tra forma di governo e massimo sistema, tra sistema e regime economico, tra schema socio-economico e ideale sociale, ha quindi creato, nella storia recente, non un mostro, un dittatore sanguinario, una legge dell’uno, ma milioni, miliardi di mostri, ognuno dittatore del proprio mondo fatto di imput, elaborazione e output, di un pensiero unico attivo e mai proattivo. Costruito sull’azione come risposta alla contingenza sociale, mai come prodotto di una qualsiasi forma di esistenza intellettuale all’interno del sistema. L’Ipotesi della Democrazia ha finito per indebolire e devitalizzare ogni forma di avvicinamento alla stessa. Zygmunt Bauman pone, giustamente, in “Modernità liquida”, la questione del totalitarismo, criticando coloro che, oggi, pongono come riferimento della critica al potere l’opera di autori quali Orwell e Huxley. Eppure è proprio il “Mondo nuovo” di Huxley che pone oggi l’interrogativo fondamentale della nostra storia recente, sulla comodità, sul fondamento autocorroborante della Video-Democrazia: I pilastri contemporanei della forma triadica Diritto/Economia/Democrazia, come potente immagine, fine ultimo di ogni sforzo della comunità umana, impostisi come modello paradigmatico universale (o quasi), possono davvero imporsi nella realtà umana nel momento in cui vengono affermati?

Thomas, sociologo affermatosi negli Stati Uniti nella prima metà del novecento, ci dice qualcosa in proposito. L’idea che qualcosa esista è, in Thomas, tanto potente da imporsi come reale, nei suoi effetti. Il concetto che la mente degli individui impone sull’oggetto del pensiero è tanto potente da renderne reali alcuni elementi collaterali. Ma non può renderlo esistente. E’ un po’ il principio di Re Mida, il fatto che io pensi di poter trasformare tutto ciò che tocco in oro, non significa assolutamente che questo sia possibile, ma al limite che finirò per indebitarmi per cifre che non riuscirò mai a restituire.

 

Viene a costituirsi, insomma, un deficit d’informazione. Ed è questo il punto fondamentale.

 

L’enorme ampliamento delle conoscenze ha comportato, inevitabilmente, un parallelo processo di specializzazione nella produzione di beni, servizi e conoscenze. Un po’ come l’uomo platonico, alla ricerca del proprio Daimon (Demone, Anima e Dio), l’individuo contemporaneo ha ottenuto dalla specializzazione una forsennata ricerca della professione, un restringimento del range di scelta e, conseguentemente, un inaridimento della sensibilità al flusso d’informazioni esogene. Già indicato da Irti come segnale di svalutazione del background etico degli individui, questo processo si inserisce in un quadro di riferimento caratterizzato da fenomeni ormai consolidati nello schema comportamentale delle democrazie occidentali:
La Videocrazia, intesa come ascesa del potere come controllo del flusso d’informazioni, effettuato tramite l’unico strumento accreditato in una fascia di pubblico abbastanza ampia da risultare influente in un sistema elettorale basato sulla volontà della maggioranza: Il mezzo televisivo.

Speculare alla Videocrazia, emerge la nascita dell’Homo Videns sartoriano, quell’individuo che sa tutto di ciò che vede e nulla sa di quello che non vede.
Infine va considerata la parabola discendente, proposta da Franco Ferrarotti, che conduce dalla Rappresentanza, verso la Rappresentazione. Dall’essere-elemento umano, proiezione di un ente morale, all’essere-oggetto personaggio di una performance appiattita su desideri dell’individuo. Vengono a fondersi informazione e intrattenimento nel mostro in tecnicolor dell’infotaiment.

 

 

Se si prendono in considerazione questi elementi, giunti da scienze tra loro differenti ma tutti esplicativi della nostra comune storia recente, si comprende come parlare di Videocrazia, Homo Videns o discesa verso la rappresentazione, pur comportando forme d’interpretazione della realtà attuale fondamentali, non sia sufficiente.

Alla base di tali fenomeni, infatti, risiede un caso elementare, non semplicemente di deficit, ma di una vera e propria asimmetria incrociata dell’informazione.
Diritto ed Economia crollano, come fondamenti, nel momento in cui si avvera una impressionante polverizzazione delle conoscenze. Ci è stato detto che la legge è uguale per tutti. Ma necessitiamo di un nocchiero dell’inferno, un avvocato per comprendere cosa questo concetto astratto e fumoso vuole esattamente da noi. Sappiamo che lo Spread sfiora la quota 500 punti, ma non abbiamo la più pallida idea dei meccanismi che regolano il mercato dei Titoli, un aspetto strutturale, tanto importante da poter comportare il fallimento di un intero paese. Per questo abbiamo bisogno di un economista, o di un giornalista che cita economisti, o magari di un economista con l’hobby del giornalismo. Abbiamo, insomma, BISOGNO della televisione, che, tra l’altro, il più delle volte agisce da strumento d’informazione ex-post, quando cioè il danno è fondamentalmente fatto.

Video-Democrazia significa, in questa prospettiva, il rovesciamento del rapporto tra Realtà e Ideale: Dato che l’attuale crisi economica lascia nella società civile un amaro senso di spegnimento delle prospettive, si esaurisce qualsiasi spinta del reale verso l’ideale (della Repubblica verso la Democrazia, ad esempio), sostituito da un filtraggio mediatico in cui il differenziale tra principio e forma sensibile svanisce, offuscato dalla prospettiva di un’attività civile che si esaurisce nel dovere d’informarsi mediatamente, nascondendo l’esistenza creativa, pro-attiva, dietro un’esistenza adattiva, il cui fondamento è continuare a muoversi, senza che alcun dover-essere si ponga come scopo all’essere. L’uomo diviene, quindi, oggetto della Storia, perdendo a tutti gli effetti la sua soggettività, lo status di Essere Creatore, dietro il malcelato compenso di un’appagante riflessione che nient’altro è se non una stringa di codici casualmente recepiti, durante l’esistenza, senza nulla apporre, né cambiare. Sostanzialmente, senza alcun Atto di esistenza.

In tutto questo, la fame di conoscere, comprendere, il dubbio ostinato e feroce sono il fondamento essenziale, perché quel “E ora?” non necessiti che di spolverare una risposta vecchia di 150 anni, ma poi non così impolverata, l’evergreen del “Tutto come prima”. Porre fine a questa desolazione è imperativo CATEGORICO, se esistere è prima di tutto pensiero, ma soprattutto Atto nel mondo. Perché, a ben vedere, esistere E’ essere nel mondo. E del mondo, quindi, essere responsabili, perché un essere umano che ha perso la volontà di cambiare il mondo, ha con questo perso la sua umanità.

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Alla luce delle ultime scelte adottate da Rupert Murdoch e dall’amministratore di Sky Italia Tom Mockridge, sembra piuttosto evidente la necessità di osservare con attenzione ciò che sta succedendo a quella che è la vera alternativa allo scontro feroce tra Mediaset e quel che resta della Rai.
Il ruolo di mediatore è quello che più si addice ad un sistema satellitare internazionale, capace quindi di accogliere senza remore (perlomeno fino a poco tempo fa) i reietti che, da una parte e dall’altra, vengono silurati ogni qual volta siano sgraditi alla lobby di turno.
Certo, in questi equilibri non vanno dimenticate le tensioni tra Murdoch e Berlusconi, ma in questo caso si parla di tensioni principalmente economiche, e l’economia non guarda in faccia a nessuno, dove ci sia un buon affare. Non è Berlusconi il problema (una volta tanto), quando la concorrenza che Mediaset oppone a Sky.
Non esistono, quindi, molti motivi perché Sky rifiuti un accordo con Mediaset, qualora fosse vantaggioso.

Gli ultimi avvenimenti riguardanti Sky, però, mettono in evidenza il vero lato oscuro della logica insita nella mentalità di Murdoch, che è poi espressione dell’economia post-fordista in sé.
Alla logica fordista del celebre “il tempo è denaro”, Murdoch fonde l’idea, inaccettabile per l’economia classica, che non conti tanto la massimizzazione del profitto quanto quella delle vendite.
In questo modo, il fulcro delle dinamiche che muovono Sky diventa non solo la mercificazione delle idee proposte, ma soprattutto la sparizione dell’idea di valore d’uso, a favore del valore di scambio.
Viene abbandonata così la ferrea regola della razionalità del consumatore.
Il fine ultimo è che il prodotto sia vendibile, e questo assolutamente a prescindere dalla sua utilità.
Naturalmente quest’idea malsana e alquanto cinica non nasce con Murdoch. Il rovesciamento della logica smithiana è già alla base di colossi come Facebook (Zuckerberg), fondato sulla filosofia del dare al pubblico quello che il pubblico vuole.
Il problema di fondo è il momento in cui Murdoch scende in campo.
Se Zuckerberg decide di permettere agli individui di farsi gli affari altrui comodamente da casa, non è altro che la mente al servizio di potenziali utenti preesistenti alla propria azione.
Se invece Murdoch si trova a gestire una piattaforma satellitare capace di inserirsi così potentemente nel sistema mediatico internazionale, rendendo ogni paese un crocevia della stampa internazionale, trattando l’informazione e la formazione come una semplice “questione d’affari”, allora viene meno ai suoi doveri nei confronti del potere che detiene.
Gli ultimi mesi di Sky stanno rivelando un’anomala ventata di spazzatura nella programmazione satellitare, proprio mentre la permanenza di Current nella stessa è appesa ad un filo.
Current rischia la chiusura per motivi che nessuno dei contendenti riesce a provare al pubblico, ma certamente col benestare dei molti che ci vorrebbero ignoranti e comandabili.
Nel frattempo però spuntano messaggi quali The Loft, per donne che “vogliono lavorare, ma solo sul proprio fisico”, “cercano l’equilibrio, ma solo sul tacco 12” e “amano stare sole, ma con tutte le loro amiche”.
Nel frattempo potremo godere di “Grassi contro Magri”, nonché dei sogni di aspiranti modelle interpretate da schizoidi con crisi maniacodepressive, tutto in attesa degli aspirante Marco Carta in vena di farsi insultare nella prossima stagione di X-Factor.

Il potere oggi passa per il sistema mediatico, e finché l’immagine che abbiamo del controllo è quella di marce militari per le strade non potremo comprendere che il controllo più coercitivo è quello che viene attuato quando si riducono i popoli al silenzio mentale convincendoli di essere liberi.
L’idea che tutto sia “una semplice questione d’affari” è esattamente agli antipodi rispetto al coraggio  dei governanti di cui necessitiamo.
E i governanti di cui necessitiamo sono coloro che sapranno rispondere a questa domanda:
“Che specie di idea sei? Sei della specie che scende a compromessi, tratta, si adegua alla società, aspira a trovarsi una nicchia, a sopravvivere; o sei quel tipo di idea cocciuta, intrattabile, inflessibile, che preferirebbe spezzarsi che lasciarsi portar via dalla brezza? Quella di questa specie sarà, quasi sicuramente, fatta a pezzi novantanove volte su cento; ma, la centesima, cambierà il mondo.”1

(altro…)

“Catene e carnefici: questi sono gli strumenti grossolani di cui un tempo si serviva la tirannide; ai nostri giorni la civiltà ha perfezionato perfino il dispotismo, che sembrava non aver più nulla da apprendere”.

Questo lo scrive Alexis de Tocqueville nel XIX Secolo.
Non lo scrive un nostalgico dell’ancien regime, ma, anzi, un entusiasta della democrazia, un personaggio capace di recarsi in America per studiarne le dinamiche democratiche, studio da cui nascerà la sua opera più importante, De la Democracie en Amerique.

Sottolinea, Tocqueville, come il mondo non si divide in dittature e democrazie, e, sopratutto, come la libertà politica necessiti di uomini, ancor prima che di strutture di garanzia.
Perché dove la paura diviene indice del comportamento umano,
allora tutto cade nell’indefinito, nel sensazionalismo e nello sloganesimo.
Lo slogan, come una pubblicità, acquista la sua efficacia in quanto pensiero spendibile, efficace, immediato. Si configura come l’arma più efficace nel momento in cui non conta il pensiero quanto il discorso, vincere la disputa verbale, lasciare l’avversario senza risposta. Per controllare bastano due semplici azioni quotidiane. A) accendere la televisione B) cercare un programma di “approfondimento politico”.
Allora il pensiero diventa affermazione puramente estetica, esteriore, insomma vuota, più o meno come un bel vestito sfoggiato in pubblico.

Lo spiega Zygmunt Bauman, la paura è un capitale per la fabbrica mediatica, può distorcere la democrazia, sfumarne i confini, solo indicando un nemico comune.
Costruiamo la nostra identità sul nemico, come spiega Eco, e allora ecco che dai comunisti si passa all’integralismo arabo, all’invasione clandestina, alla minaccia mafiosa che incombe sul nord. Quando poi ci viene pomposamente proclamato, riguardo all’Italia, che essa è “nata per unire”, onestamente, credo che ci sarebbe molto da ridere, se non ci fosse ancora di più da piangere.

Come ci sarebbe da piangere al pensiero di come la straordinaria capacità umana di creare paradossi si sia affinata fino a fare della sua più grande conquista, la Democrazia, la più potente arma “umanitaria”.

E questo non solo tramite quella che un mio professore ha definito caratteristica “dei capi zucconi”, quella di “non capire che la democrazia non si esporta in punta di baionetta”. Tutto si raffina, col tempo, o meglio, si antropizza, quindi acquista caos a danno dell’ordine, e allora -assolutamente straordinario- anche le azioni militari si arricchiscono di un substrato inconciliabile con esse, ma fondato su un’idea altrettanto cinica e brutale.
In altre parole, si preparano gli eserciti per aiutare il nemico, per esportare una cattiva democrazia e sostituirla ad una cattivissima dittatura.
E’ lo stesso principio di cui parlava Telese, tempo fa, quando parlava dei fondi in Italia: Si tolgono alla sanità, poi alle prime lamentele si prendono alla cultura per dargli agli ospedali, come a dire “ma come? Non volete aiutare gli ammalati?”.
Allo stesso modo non si può attaccare un paese per scopi affaristici, ma si arma un macellaio lasciandolo maturare al sole del maghreb, finché non  perde la testa, trita un po’ di carne senza nome, così da poterlo attaccare. NOI, invece, siamo così cinici, davvero senza cuore, da dire no. Perché, non vogliamo difendere quel povero popolo oppresso?

Cattivo pensiero è il pensiero dell’indottrinato, il focalizzare i propri procedimenti razionali in modo tale da lasciare fuori tutti gli elementi di complessità che farebbero cadere un tanto comodo processo.
Alimentare tale procedimento settario è un comportamento criminale.
Le magnifiche sorti e progressive continuano ad avanzare, si sbrighino però, altrimenti per quando saranno arrivare il popolo libico sarà stato distrutto da Gheddafi, lasciato senza risorse dall’Inghilterra o, alla meno peggio (si fa per dire) costretto ad una dittatura democratica ad orologeria.
E i santi salvatori saranno già alle Cayman a goderne i profitti.

In un paese assurdo, ciò che è assurdo passa come normalità. Non è uno scioglilingua, ma quello che credo sia il modo più adatto per descrivere lo stato comatoso della nostra sensibilità di fronte a come, scusate i termini, ci pisciano addosso senza neanche il buon gusto di farla sembrare pioggia.

Ora, la critica rischia spesso di divenire astio, ma credo davvero difficile non parlare quando si assiste all’ennesima difesa del padrone da parte di un Ezio Greggio sempre più in vena di prostituzione intellettuale. Sia chiaro, ognuno è libero di inchinarsi a chi vuole, ma quando poi se la prende con coloro che non hanno questo infame coraggio, diventa pericoloso.
Perché chi umilia se stesso è a se stesso che deve rendere conto, fintantoché, però, non imbelletta la propria incapacità dandole il nome di satira o di modernità.
Quando Ezio Greggio parla di una “macchina del fango” (termine ripreso non ho proprio idea da chi) rivela immediamente, non solo per chi lavora (in caso non lo ricordassimo), ma soprattutto quanto l’ultima mossa sia la scientologista “attack the attacker”. Quando non si hanno protezioni per difendersi, l’unica possibilità è attaccare.

Proprio da questo nasce il mito della “macchina del fango”, pomposa e vittimistica visione che evoca chissà quale complotto ordito ai danni dell’innocente di turno, quasi una sindrome da Cenerentola inacidita e decisamente zitella.
Perché a poco vale la blanda difesa costruita sull’ipotetica eredità raccolta da Striscia la notizia nientemeno che dall’avanspettacolo. Nutro, personalmente, molti dubbi sull’effettiva portata dell’avanspettacolo, ma anche mettendo da parte tali dubbi, è una ben misera difesa quella che si fonda sul precedente. Non solo perché non significa affatto che il precedente implichi una giustificazione, ma anche perché  non sempre si raccoglie l’eredità nel modo più giusto.
Ancora più assurda è la, diciamolo, piuttosto pietistica difesa abbandonata nelle mani delle stesse veline.

E allora si da il via ad un attacco frontale, una volta a La Repubblica che sarebbe un covo di radical-chic, una volta a Beppe Grillo che sarebbe una specie di macchietta degna delle già insignificanti imitazioni del programma, una volta Gad Lerner che ormai è diventato una specie di scemo del villaggio da far passare una volta sì e l’altra pure tra “i nuovi mostri”. Per carità, tutte scelte sacrosante, ma perfettamente (e credo onestamente) criticabili, dato che si denota un effettivo calo della trasmissione che dalla parte degli italiani, come già notato da qualcuno, non ci sta più. Peggio, non giudica più conveniente starci.

Come al solito, e da questo neanche una così malaugurata gestione riesce a sradicarci, l’autorità non sa abitare dove manca l’autorevolezza.

E allora cadono decisamente nel vuoto le accuse di chi tenta ogni giorno di addormentare le nostre coscienze con armi di distrazione di massa.
Come ha detto qualcuno, stanno uccidendoci il pensiero.
Ma io intendo resistere. E voi?

Italiani brava gente

Pubblicato: 13/02/2011 in Attualità, Cronaca, Media

28/10/2010

Credo sia stato il fisico tedesco Max Planck che in una sua opera mise in evidenza con estrema chiarezza una “bizzarra” caratteristica umana: quella per cui distruggiamo tranquillamente un macchinario, ma non riusciamo ad uccidere un animale con altrettanta semplicità. Il motivo, secondo Planck, nient’altro sarebbe che l’avvertire, da parte dell’animale, del proprio perire, e il conseguente lamento. [n.b. A onor di cronaca l’autore di questa riflessione si è rivelato poi essere Terrel Miedaner, il cui racconto è incluso nella raccolta “l’Io della mente” di Hofstaedter e Dennett]
Per quanto questo sia un pensiero intollerabile, si fonda su realtà con le quali siamo a contatto costantemente.
L’ennesima prova della veridicità di questa denuncia è sotto ai nostri occhi da alcune settimane.
Qual è il principale tema di discussione, in Italia, ad oggi? L’omicidio di Sarah Scazzi. Attorno a quest’atto brutale ruotano tutt’ora la maggior parte delle trasmissioni televisive, che si tratti di tg, talk-show o semplici programmi d’intrattenimento. Fondamentalmente per motivi di mera audience. E per quale motivo dovrebbe interessare ai telespettatori? Perché è un fenomeno più brutale di altri? No. Per il numero delle vittime? No. Perché riguarda tematiche trasversali al paese? Ancora una volta, no.
Il motivo è molto semplice: Perché, qualunque sia stata l’essenza della persona di Sarah Scazzi, essa è stata posta su di un altare di stereotipi ed eletta come summa di innocenza. La sua immagine sorridente è stata trasmessa in qualsiasi angolo del paese, ed essa per la sua IMMAGINE di innocenza è stata vittima del morboso bisogno dei telespettatori di, fondamentalmente, farsi gli affari altrui. Così Sarah, da vittima di un crimine orrendo, è stata vergognosamente fatta diventare un burattino del senso di colpa comune, della compassione posticcia e artificiosa creata dall’insistenza di giornalisti invadenti e privi di etica professionale.
Come l’essere vivente che in Planck diviene motivo di compatimento e viene quindi graziato, Sarah è stata usata come un burattino all’interno di un perverso teatrino.
L’agnellino rimane con noi, possiamo sempre sgozzare e far morire dissanguato un essere meno grazioso. L’immagine è terribile, ma è la perfetta trasposizione dei fatti, né più, né meno.

E’ quantomeno ironico pensare che coloro che si ribellano a questo scempio (fatto di tour dell’orrore e interviste spietate), come Paolo Liguori, vengano tacciati di cinismo.
Ancora più ironico è il fatto che la compassione di questa brava gente poi non si soffermi sui 108 morti e 500 dispersi dell’inondazione in Sumatra, o i 250 morti nell’epidemia di colera ad Haiti, che hanno avuto uno spazio quasi inesistente nell’informazione, troppo intenta ad arrovellarsi sul possibile colpevole (chissà che un giorno non si indica un nuovo reality che abbia per concorrenti i possibili colpevoli e in cui sarà il pubblico a decidere chi l’ha uccisa).
Si potrebbe obiettare, com’è già accaduto, che si tratta di fenomeni lontani.
Coloro che porranno quest’obiezione, potrebbero riflettere sulla notizia riportata dall’Ansa il giorno 18 Ottobre:
“Sei persone sono state arrestate per l’omicidio della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, uccisa e poi sciolta nell’acido.”

Per chi non ne fosse a conoscenza, si intende per collaboratore di giustizia un pentito che collabori attivamente alle indagini. Lea Garofalo aveva fatto dichiarazioni sulle cosche di Crotone, senza mai ottenere protezione. E’ stata prima uccisa con un colpo di pistola, poi sciolta nell’acido.
Ora, forse, sarà divenuta anonima, per via delle ustioni. Un buon motivo per ignorare la sua morte, per lasciare che le indagini vadano come dice la ‘ndrangheta.
Ora, forse, potrà aggiungersi alla lunga lista di coloro che non hanno meritato la compassione altrui, perché hanno solo combattuto la mafia rimettendoci la vita.

La parola Democrazia è una parola difficile, sfuggente, evasiva. Come tutte le parole importanti, sfugge alle definizioni, non permette che questa o quell’idea finisca per contaminarla, riducendola di fatto a idolo del limitato intelletto umano. E’ forse per questo motivo che anche la parola che troviamo a fondamento del nostro paese risulta cacofonica, indigeribile se diventa la rozza mascotte di un politico in declino.
Sì, ancora una volta si parla di Silvio Berlusconi. Ormai sembra di fatto impossibile non parlare di lui, visto il modo in cui riesce ad occludere qualsiasi canale. Qualcuno penserà che questa onnipresenza possa causare una diminuzione del livello delle amene dichiarazioni del nostro Premier. Beh, non è così. Ed è proprio per questo che risulta difficile non parlare di lui, perché ne spara così tante, e di così grande “portata” che diviene anche difficile redigere un articolo senza l’uso di insulti e imprecazioni.

Stavolta è il Pdl tutto che in un maestoso sforzo etico ci concede una perla di diritto costituzionale che farebbe rabbrividire qualsiasi popolo libero.

Secondo il Popolo della Libertà -e sottolineo, della libertà- occorrerebbero dei “iniziative a tutela della democrazia”. Quali, non si sa. Ora precisiamo un momento il significato della parola Democrazia. Si intende per stato democratico, uno stato in cui non esistono barriere di alcun tipo tra i cittadini ed il loro diritto alla possibilità di essere elettori o eletti.
Nella mente di Berlusconi l’attività “eversiva” della magistratura consisterebbe nella volontà di rovesciare il voto degli elettori.
Quello che Berlusconi non spiega è come si possa rovesciare il voto popolare inquisendo un individuo, per quanto importante esso sia. Lo si può giudicare colpevole anche se innocente, ma qualora sussistano testimonianze, indizi e immagini a riprova della validità del sospetto che sia stato commesso un reato, questo non si chiama sovvertire il voto. E’ un semplice e chiaro indirizzo che impone la nostra legge, ossia l’obbligo, per la magistratura, all’indagine qualora si presentino degli indizi del sussistere di un reato. Ah, dimenticavo, Democrazia significa anche l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Forse questo aspetto sfugge al nostro beneamato premier.

Il testo continua, e ci regala una nuova perla di saggezza.
Secondo il “giornale” Libero, Berlusconi avrebbe proposto di sottoporre a Napolitano un Decreto Legge per limitare le intercettazioni. La Democrazia che si respira al solo ascolto di queste parole esplode quando si comprende la motivazione che si cela dietro questa splendida idea: Porre sotto l’attenzione del Presidente della Repubblica l’irregolarità dell’azione della Procura di Milano.
Non sentite aria di Democrazia?

Ma ancora una volta, il rumore più forte, non sono le parole gettate in pasto agli elettori come ai cani, quello è ormai più che altro un fastidioso ronzio, il rumore più forte è quello del silenzio che si genera attorno a delle parole tanto scellerate.

Un silenzio -quello di Napolitano- che appare quantomai ridicolo, grottesco, se si pensa a CHI ne invoca l’intervento.
Da una parte l’anemia politica della sinistra, la costringe a chiedere aiuto al Presidente della Repubblica, una lotta di ombre, in cui alla sinistra più incapace d’Europa si contrappone uno dei Presidenti più deboli della nostra storia.
Dall’altra, ancora più grottesco, a parlare della necessità di un intervento del Presidente, è proprio colui che ha ridotto la Democrazia ad una manipolazione della platea, ad un passpartout capace di ridurre al silenzio qualsiasi pessimista cronico che abbia ricordato alla nostra classe politica parole che oggi suonano strane, come il fondamento dello stato nel contratto sociale, che fa della carica pubblica, non una proprietà, ma una delega dei cittadini.

Occorre innanzitutto sfatare due falsi miti che giornalisti, diciamo, poco in vena di lavorare, hanno opposto alle accuse mosse al nostro Premier:

E’ stato contestato ai media un’intromissione nella vita privata di Berlusconi.
Non che io creda, neanche per un attimo, che questa scusa nasca dall’innato spirito liberale dei “giornalisti” che hanno alzato la questione, ma questo punto va chiarito. Prima di tutto, andrebbero distinti i reati contro privati e contro l’interesse pubblico. Il reato di sfruttamento della prostituzione minorile è un reato del quale Berlusconi dovrà rispondere come privato, ma il reato di concussione lo riguarda principalmente come politico, e troverei alquanto allarmante se i giornali non mettessero in guardia da politici, di qualsiasi colore, sospettati di aver compiuto questo tipo di reati. Anche perché credo che l’opinione pubblica sia un grande mezzo, forse l’unico, capace di costringere determinati processi verso una giusta sentenza. Perché dove ci sono giornalisti che pongono domande ci sono cittadini che si danno delle risposte.

E’ stato inoltre contestato alla magistratura un preciso scopo politico.
Credo che una tale insinuazione perda concretezza e coerenza all’aumentare dei processi. Tuttavia poniamo che questa istanza sia giusta, che i processi abbiano come fine quello di cacciare il premier. Lasciando da parte il fatto che se io dovessi difendermi da un’accusa spiegherei il perché sia infondata, non il perché mi sia stata imputata, la questione rimane diversa. Per politicizzato che sia, ciò non significa che l’imputazione sia fasulla, ed è quindi dovere dei Pm indagare, per questo esistono i Giudici per le indagini preliminari (GIP), per verificare la fondatezza dell’accusa.
Ed è loro dovere anche se, come detto dallo stesso Berlusconi, il poliziotto accusato nega di essere stato corrotto. Totò Riina disse addirittura di non sapere cosa fosse “cosa nostra”, ma è stato comunque dichiarato colpevole, alla fine.

Qualcuno si chiederà cosa centri questo con la democrazia, perché i cittadini dovrebbero interessarsi a determinate faccende, cosa centri questo con la loro propria libertà. Beh, assolutamente nulla. O, perlomeno, nulla se si crede che essere governati da una massa indistinta di delinquenti non degradi anche il paese. Se si crede, in fondo, che tanto la politica è così, per essere un politico devi essere corrotto. Se si crede, poi, che, in realtà, è tutta propaganda comunista, e che siamo semplicemente un paese democratico assediato da una sorta di terrorismo rosso, da individui che, come non smette di raccontarci Berlusconi, sono dominati dall’odio, e non sanno che distruggere.

Credo però che queste affermazioni vadano in frantumi di fronte ad una semplice realtà: mentre il nostro premier (ripetete con me: “sempre sia lodato!”) trova terroristi rossi nella magistratura, dicendovi che la magistratura è corrotta, elabora leggi sulla giustizia. Trovandone nel giornalismo elabora leggi sulla libertà di stampa. Trovandone nelle forze dell’ordine elabora leggi sulle intercettazioni. E tutto, naturalmente, per il vostro interesse, perché VOI non siate processati, di VOI non si parli nei giornali, e VOI non siate intercettati. Berlusconi, si sa, è un uomo buono, basta presentarsi lì muniti di buone intenzioni per ottenere qualche migliaio di euro. Anche se, se fossi in voi, porterei anche una bella scollatura, non si sa mai.

Ma ancora non spunta da nessuna parte questa strana parola, Democrazia. E’ il caso forse di mettere bene in evidenza l’ennesimo, forse il più poetico significato che questa parola dalle molte forme rivela:
Vivere in un paese democratico, significa innanzitutto vivere in una comunità, essere parte di un respiro più ampio, essere parte di un disegno più nobile del bieco interesse personale, un significato più profondo della logica di partito, un fine più alto del mantenimento della propria poltrona, del non essere giudicato per i crimini commessi. Chiedersi che senso abbia la democrazia, adesso, perché permettere che una minoranza esprima il proprio parere anche se scomodo, anche se capace di mettere in crisi un sistema, significa alienare dallo stato quella caratteristica fondamentale che gli permette di perpetuarsi nel tempo. Ne fa, insomma, uno stato moribondo, non troppo distante dalla terra di Matrix, dove bisogna attaccarsi alle macchine per essere felici. Significa, in realtà, rovesciare il rapporto tra stato e cittadino, perché funzione dello stato non è la propria cristallizzazione, il mantenimento forzato della propria classe politica. Funzione dello Stato è quella di permettere che l’uomo, dal Presidente del Consiglio, al cassintegrato, si senta cittadino. Ecco perché ancora la democrazia, perché al centro dello stato sia il cittadino.