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Casta o non casta, Casta o Anti-casta, Casta, non-casta, pasta… no, questo è l’effetto dell’ora di pranzo. O forse è il tremendo alone lasciato lì, a penzolare giù da Montecitorio, tanto per rinnovare con devozione l’antica tradizione dell’ignoranza non ammessa su cosa sia effettivamente legge in Italia. Per amor proprio opteremo per la seconda ipotesi: nel nostro paese, diciamocelo, la legge è l’ultimo dei problemi. Sì, va beh, c’è. Ma poco importa. Tanto poi c’è sempre il miracolo italiano a provvedere. Quindi non sorprende che al di là degli idolatrati simbolismo della legislazione elettorale, al di là delle meravigliose insegne illuminate al neon dai partiti, in procinto di mettersi in vendita, come una prostituta in avanti con gli anni sotto le luci del neon, al di là di queste misere sciocchezzuole insomma, il mistero di come accidenti si arroccheranno stavolta sul cucuzzolo dell’iceberg rimane. La vacatio legis vera, e col suo ghigno più feroce rimane lì, salutando amabilmente.

Possiamo però, ben immaginare, queste formule arrabattate, maggioritario, proporzionale, uninominale, plurinominale, mentre i partiti, con righello e squadra spacchettano voti (non ancora ottenuti) per rifare tutto come “ai bei vecchi tempi”, quando tutto era semplice e si rubava contenti. Non sono più i vecchi tempi. Tira un’altra aria, e se non vogliamo rimanerne spazzati via, dobbiamo inventare qualcosa, e come comunità, non come meccanismi inanimati di una dualistica elettori/eletti.

Già imparare la fine arte del vergognarsi quando si fa qualcosa di ingiusto sarebbe un buon punto di partenza.

 

Il problema della Legge elettorale, al di là delle batterie da ricomprare per la calcolatrice, fonde la questione dei rapporti tra i partiti e quella dei rapporti tra parlamento ed elettorato. La seconda di queste vede i nostri esemplari rappresentanti perdere un attimo la visione generale delle cose. O forse credono che la sacra ritualità del parlamento possa salvarci tutti dal perdere quel minimo di civiltà che ci resta. O forse non hanno proprio idea di cosa dovrebbero esattamente fare, perché hanno scelto il proprio mestiere non per fare politica, ma per fare i politici. E questo è un costo un po’ troppo stressante, anche per una poltrona calda e un vitalizio consistente. Diciamocelo, non credo che un Gasparri, per dire un nome a caso, possa davvero confrontarsi con il Fondo Monetario Internazionale.

La prima ha molto a che fare con la società “civile”. La legge elettorale incide in maniera sostanziale sulla gestione del paese, e, dato che la stragrande maggioranza del paese preferirebbe spiegare la Critica della Ragion Pura a Calderoli al solo pensiero di andare a votare, questo incide non poco sugli umori del paese.

 

Quest’ultimo aspetto non è né scontato né irrilevante. Non è scontato perché nel momento in cui la “bolla Monti” scoppierà, anche alla scadenza naturale del mandato, le pressioni congelate o comunque tenute a freno dal governo tecnico ritorneranno forti, anche più di prima. Non è irrilevante, in quanto l’umore della popolazione (vero indice della civiltà di un paese) gravita attorno a pensieri poco lusinghieri attorno a categorie identificabili (in ultimo le banche e l’Europa, ma aggiungerei anche immigrati e casta), con il cui cadavere da sempre amiamo dilettarci, l’importante è che poi a pulire dai corpi e dal senso di colpa venga qualcun altro.

 

Ad oggi quello che si evince, non della Legge Elettorale in sé, quanto delle strategie dei partiti per rimanere vivi, sembra essere il tentativo disperato e pesantemente involutivo del recupero della tanto simpatica democrazia consociativa. Di cosa si tratta? Da manuale, di rappresentanti che, nel più puro spirito solidaristico, fanno fronte unico contro un periodo avverso e si stringono in coalizione allargata. Da realtà dei fatti, una sghemba riunione di condominio tra inquilini di lunga data, sorretta da un quartetto d’archi a fare atmosfera, in difesa da un nemico immaginario, mal compreso o semplicemente inviso. Chi è questo nemico l’avrete capito. Si tratta dell’ormai onnipresente Grillo, idolo delle folle, eroe dell’anticasta, difensore del popolo sovrano contro i politici, contro l’unione europea, contro le banche, contro Equitalia, contro Monti, Bilderberg, Goldman Sachs, i nani armati d’ascia, i troll di montagna, le vecchiette con l’alzheimer, i puffi e i cattivi dei Pokémon.

A Grillo, naturalmente, si affiancano Lega Nord e Italia dei Valori, la cui presa di posizione ne fa dei soggetti non coalizzabili.
Da questo deriva la difficile situazione nel caso davvero si opti per il “Monti-bis”, che lo si intenda come una grande coalizione con Monti Presidente del Consiglio o grande coalizione, senza Monti ma in continuum con le politiche dal suo governo adottate. La dualistica Casta/Anti-casta rischia di avvitarsi in un circolo vizioso, stavolta davvero pericoloso, perché istituzionalizzato in un’area refrattaria e compatta (diciamo PD/UDC/PDL), arroccata e insidiata da un’opposizione (M5S, Lega Nord, IDV) resa volatile dalle seguenti condizioni:
-non si tratterebbe (a meno di clamorosi avvenimenti) di una coalizione formale.
-si tratterebbe di partiti divisi da distanza ideologica a volte feroce, ma contemporaneamente legati da una componente di “rottura”, spesso con connotazione anti-sistema, capace di renderne le rispettive basi elettorali reciprocamente permeabili, portando i partiti a spingere sempre di più per salvaguardare il proprio consenso dalla concorrenza.

 

L’errore in cui i partiti incappano è quello di credere che un polo bipartisan attirerà inesorabilmente i cosiddetti e fantomatici “moderati”. Verrebbe da rispondere come fece Borghezio alla parola moderati, ma preferiamo lasciare a tale personaggio le volgarità, dopo tutto è l’unica cosa che sembra avere a sufficienza.

La distinzione moderati/estremisti, oltre ad essere metodologicamente inutilizzabile, resta anche nella logica dualistica che tanti meravigliosi successi ha addotto al nostro paese. Varrebbe a trattare la moderazione, la capacità di dialogare al pari di un bonus di anzianità in parlamento. Se c’è una cosa che la nostra Costituzione insegna è che il giudizio (sia esso legislativo oppure politico) si sviluppa sull’atto, non sull’identità. E’ un principio sacro del pluralismo, e, se vogliamo, il vero nucleo pulsante della democrazia consociativa che tanto sbandierano i parlamentari dietro la blanda retorica della “responsabilità”.

 

Se la guerra fredda sulla legge elettorale si salda quella che sarà una lotta feroce alle prossime elezioni (senza contare la questione delle elezioni presidenziali), le dinamiche di chiusura ai (finti) nuovi partiti rischiano di portare ad una conventio ad excludendum  stavolta sì devastante, perché capace di logorare un ritorno alla prima repubblica tutt’altro che auspicabile. Neanche questo pseudo-rinnovamento sbandierato, che in realtà non è che il moto convettivo per cui gli elementi di un partito meno esposti si sostituiscono a coloro che lo sono, perché sembri più giovane, possono mitigare una tale minaccia. E’ ormai improrogabile una selezione di nuove figure all’interno dei partiti, affinché sostituiscano i leader ormai più ridicoli che autorevoli, come dei vecchi sdentati. Questo, sia chiaro, come primo di un altro inderogabile passo, quello della ridefinizione di nuovi partiti, calciando fuori corrotti, incapaci e condannati. Altrimenti il sistema, sia cristallino, è destinato ad implodere. Fuori si approntano le fiaccole, e il combustibile della crisi è più che abbondante. Chiara l’idea?

Innanzitutto, cosa intendiamo per popolarnazionalismo? Intendiamo quell’ebrezza che si prova ogni qualvolta una particolare visione del mondo si cristallizza attorno ad una precisa variabile della realtà quotidiana alla quale si affida il compito di saldare assieme violenza e organizzazione.

 

Violenza e Organizzazione vengono saldati perché tale unione permette agli individui, a quel noi che normalmente è piuttosto evanescente, una sintesi dei suoi mali in uno specifico simbolo di una presunta malvagità che opprime il nostro mondo.
Viene applicato quel principio che
Machiavelli consigliava nel Principe: si individua e annichisce il nemico invisibile, quel particolare gruppo che non può (o non sa) difendersi. Si alimenta la Questione, uno spauracchio dal quale difendersi, si parla, si crea lo scandalo, e intanto si rende assolutamente impossibile non chiedersi se questo determinato gruppo non rappresenti realmente una minaccia, perché, si sa, siamo convinti che il popolo non possa sbagliare (né tanto meno i giornali, suoi fedeli rappresentanti). Una volta alla ribalta della cronaca, la negazione della minaccia opera essa stessa quale affermazione, per un ormai noto principio: la negazione ha minor impatto cognitivo dell’affermazione (quando mai qualcuno che afferma di “non essere un ladro” non è stato sospettato di tale reato?). Inizia con l’interdizione, e cresce fino a diventare un brivido di ribrezzo, spontaneo, immediato. Alla fine, per un altro ben noto principio, la negazione ora affermazione diviene quasi piacevole, come appunto un disgraziato stato d’ebrezza.

 

Stiamo montando la rabbia, ora è contro i crucchi, ora contro i banchieri, ora contro la casta, gruppi il cui contatto con la comunità è quasi nullo, se non tramite l’intermediazione dei media, che ora si scatenano contro i nemici dei propri padroni, con una certa dose di obbedienza. La questione è già nata, è nei bar e sui mezzi pubblici, che sono il vero termometro della civiltà di un paese. Non che la questione sia sola, poverina, si aggiunge ad una lista decisamente lunga di questioni irrisolte, ci sono gli stupratori romeni, i negri puzzolenti, gli zingari che mangiano i bambini, i froci che non devono avere figli. La lista dei “nemici del popolo” è complessa, siamo carnefici sofisticati, noi.

A questi a cui un giorno la si vorrebbe far pagare (l’importante è che la soluzione non sia sgradevole alla vista) oggi si aggiungono con prepotenza i tedeschi che odiano l’Italia, i banchieri che odiano i poveri e la casta che odia il popolo.

In realtà la definizione quantitativa di chi statisticamente abbia più colpe non fa che alimentare la crisi di un sistema, probabilmente una crisi dell’intera civiltà occidentale. Essa non può dirsi arbitrata da una decina di signori in giacca e cravatta, sguardo fosco e pensieri dittatoriali. In realtà ci siamo dimostrati molto più abili nell’uso della violenza che nella sua organizzazione.

 

Appare allora terribilmente indicativo ciò che scrive Walter Siti, proprio in relazione alla recente crisi: “le vittime invidiano i carnefici ed è facile ingannarle con l’elemosina di un simulacro anche miserabile”. In quanto ciò che non ci riesce di capire è che un simulacro non è altro che un simbolo capace di attuare una sintesi dei nostri mali, atto a “identificare ed espellere”. Implica la creazione di una questione perché così si rende possibile la caccia alle streghe che porterà all’eliminazione della vittima sacrificale, perché la società intera possa sentirsi senza peccato.

Detto in altre parole, abbiamo bisogno dei tedeschi perché così possiamo sentire la nostra coscienza a posto senza venire costretti a vedere lo stato feudale in cui versa il nostro paese. Abbiamo bisogno dei banchieri per mettere a tacere la coscienza di fronte al nostro osceno consumismo, che ormai non si limita neanche alla spesa di ciò che abbiamo, ma anche di ciò che non abbiamo, alimentando una vergogna della povertà che, infine, non è altro che la povertà stessa. Abbiamo bisogno della casta per chiudere gli occhi di fronti ad un modello di promozione, di prospettive esistenziali, di un intero immaginario che verte proprio sui valori predicati dalla classe politica. Invidiamo insomma dei veri o presunti carnefici, perché pronti a diventarlo noi stessi, una volta ottenuto un potere di cui sentiamo lo spasmodico bisogno, ogni volta che alimentiamo una visione del mondo che serve soprattutto a giustificare ciò che siamo, invece che a capire ciò che vediamo.

 

Questo modello di comprensione del mondo eteronomica, cioè importata da altrove e non dalla nostra coscienza permette questa capacità di lasciarsi influenzare da chi ci promette di salvarci dai mali del mondo. Affonda le radici su una violenza logica legittimata e riempita di loghi linguistici da partiti, ideologie, gruppi e movimenti. Questi ultimi esercitano la funzione di ripetere litanie perfezionate affinché ci rendano capaci di vincere il discorso, perché risultare inattaccabili nel dialogo significa potersi imporre, senza che in realtà alcuna forma di coscienza permetta una qualche autonomia intellettuale. Quello che ci appare come diritto, come un inequivocabile sillogismo, come chiarezza, è in realtà un guscio vuoto. E quel che è peggio è di che questi “gusci vuoti” siamo bombardati senza soluzione di continuità, e la frammentarietà degli stessi rende questo auto-eliminazionismo estremamente tollerabile, addirittura piacevole. Sentiamo da qualche parte qualcosa e la sua logicità cristallina ci lascia spiazzati, convinti che con un “quelli che vengono qui devono lavorare” ci si apra improvvisamente un mondo, quando in realtà esso si chiude a soffocarci. Abbiamo il dovere di esistere, se non vogliamo finire come un macchinario che, pur ricevendo input da fonti diverse (meraviglioso pluralismo), svolge la stessa medesima funzione per tutta la sua esistenza: compiacersi.

A volte credo che il problema sia nostro. Il problema di ricercare ossessivamente un senso, un significato a quello che accade in questo bizzarro paese. Qualche volta, però, i cambiamenti, le svolte, le incoerenze sono talmente evidenti che diventa difficile non notarle, e alla fine anche il severo sforzo di tenere chiusa la bocca viene meno.

 

Un potente sentimento antipolitico, quasi una vena esplosiva si era alzata dal “popolo degli onesti”, dagli italiani brava gente che, come tifosi di una squadra piuttosto scarsa, alla fine rispuntano solo quando si tratta di vincere. Eppure, ad oggi grida entusiaste annunciano l’avvento del messia, di quel movimento degli uomini probi e disinteressati, guidati da quel re buono, pronto a risvegliare le coscienze, a rovesciare la casta, a pensare per noi, l’importante è che ci salvi. Quasi che il popolo lo chiami (notate qualche assonanza?). Eppure dovreste averlo riconosciuto, quest’uomo si chiama Beppe Grillo, e nella confusione di un paese che ormai non si riesce neanche più a capire sull’orlo di cosa sia, sta facendo man bassa di consensi, grazie ad una struttura di partito ormai da più parti tacciata di cesarismo.

Certo, il focus puntato sulla provocazione da parte dei media (terrorizzati da qualunque partito con il quale non abbiano raggiunto un tacito accordo), non può escludere la realtà di chi, dal basso, vuole partecipare ad un cambiamento del paese. Non credo nemmeno che la politica del Movimento 5 Stelle sia semplice fumo negli occhi, inconsistente e incapace di gestire uno stato complesso e contraddittorio come il nostro. Ciò che lascia rabbrividire, di fronte all’incapacità degli italiani nell’esercitare una qualche autonomia intellettuale, tuttavia, è la volontà di non vedere nel Movimento 5 Stelle un partito a tutti gli effetti. Come se d’un tratto tutta quell’antipolitica si fosse sgonfiata, una volta emerso un nuovo giocattolino che, agitandosi spasmodicamente e senza senso, ci sappia distrarre. E tanto basta per chiamarlo un eroe. Ma a questo, due ventenni ci hanno insegnato che, no, proprio non sappiamo dire di no.

E allora non basta una struttura che sa di settarico, con questo capo che segue tutto dall’alto come un’ombra, quasi ritroso al potere, tanto quanto nella realtà lo vorrebbe; non basta l’utilizzo criminale di qualsiasi paura possa giacere (ovviamente qualora non inflazionata da B.) nell’animo di una popolazione che non vede alcuna prospettiva di cambiamento; non basta il rifiuto del contraddittorio, il malsano spirito da pamphlet, coadiuvato da un avvelenamento da rete che rende tutti più sicuri e coraggiosi di fronte al mutismo di un computer; non basta questo plebiscitarismo che fa di qualsiasi sfogo contro una classe politica inetta un invito al colpo di mano.
Non basta tutto questo, perché in fondo è un “movimento”, in fondo lui è dalla parte della “brava gente”, in fondo una serie di slogan linguistici e blande chiacchiere ci stanno convincendo che “almeno lui fa qualcosa”. Come Mussolini. Come Berlusconi. E a dirla tutta, più come il primo che come il secondo.

Ma noi, storditi come da secoli, ci stiamo accordando attorno al nuovo slogan, ad una nuova, stonata e col tempo terrificante melodia, come le pecore di Orwell. Questa volta è diverso, lui sicuramente ci salverà. Perché, in fondo in fondo, siamo tutti brava gente. Ed è proprio di questa che dovremmo aver paura, di questa brava gente che mostra i denti, che copre le vergogne perché in fondo così, tramite l’attacco all’altro e la capacità di appiccicargli addosso tutti i mali del mondo, ci si sente tutti un po’ migliori di quanto non si sia in realtà, e si torna a sorridere.
E’ su ciò che questo governo sta facendo che la prossima battaglia elettorale si giocherà, e stiamo sicuri che il Movimento 5 Stelle attingerà a piene mani da questa riserva, da questo oro del cesarismo. Ci sta già bombardando, conscio, Grillo, che la piena delegittimazione degli altri partiti (l’unica eccezione sarebbe la Lega, irreversibilmente colpita dagli scandali), non sarà in alcun modo tamponata da occasionali frasette buttate lì tanto per tastare l’efficacia dei messaggi al popolo.

Nulla è stato lasciato al caso: Monti e il suo stato di polizia, la Merkel che odia gli italiani, l’Euro da abbandonare, tutto, insomma, purché un qualche uomo nero rimanga lì, velato, a uso e consumo del paese, come uno zimbello fisso, un nemico, un carnefice. Nessuna demagogia, sia chiaro, solo un’abile mossa di temibile avversario. Un gioco al massacro nel quale uno, e uno solo dev’essere il vincitore, un uomo con il gusto del pretoriano che, in uno spasmo del sistema, ha avuto occasione di assaggiare il potere, cosa significa essere applaudito ogni volta più forte ad ogni parola detta più grossa della precedente. Vediamo se riusciamo nel tris.

Why Fiscal Compact and ESM won’t save Europe

By Francesco Finucci

The strength in economical policies is founded on the strength of beliefs they are based on. No structure lives when even a feeble impression of will to escape is perceived. But an age of uncertainty as the one following the crisis of 2007/2008 could not be free from a “spirit of plunder”, growing higher and higher with time. The real symptom of disaggregation lies, in the end, in such a phenomenon. No prospect can be imagined if the choice is focused on what to do, and no reflection can be recognized, behind, on what to be.

Some time ago, on the Italian daily newspaper La Repubblica, Barbara Spinelli underlined one of the fundamental elements concerning the European model rose from the recent crisis of sovereign debts. She unveiled a secret that our identity thought desperately tries to cover, the unnamed temptation for a wall1. First shock: the image wandering in European conscience in association with the therm “wall” reminds that so ancient black hole of Berlin during the Cold War. Something’s like a barbaric voice of night hide in places thought as distortions of time come in the civilized world as memory, more than as politics. Something breaking out from the raw mind of an Israeli governor as Sharon, when, in 2002, the decision for a new wall of shame was taken.

We looked with pity, we looked in anger, as a man observing the misery of ants. We cried the disgrace of barbaric thought, inflating Europe with concepts of happy-ending and intellectual rest. Now, how could such a defeatist egg-head bother the rest of the victorious people with such a troubling vision. How could a journalist speak of nonexistent barriers we can’t see. How she dared.

Well, Barbara Spinelli found the question, the same underlined by Richard Sennett, sociologist at London School of Economics: It’s only there, in the capability in doing something with other peoples, with the ones we don’t know, with the ones we don’t like, or at the contrary, sometimes, that we can also consider unpleasant that there can be the way for our future2.

An other shock. What an idea of growth and welfare? Ridiculous! Economics cannot roots on paternalism. We own the right to maintain what we obtained and deserved, in this modern evolutionist conflict. Overlooked the fact that Sennett’s speech is precisely focused on organization in businesses, the real response to such a question, not completely unfounded, can be recognized in the words expressed by -this is not irrelevant- an economist, Barry Eichengreen, professor at the University of California. Eichengreen pointed out how one of the most problematic faces of European crisis (not the only one, as just highlighted by Sennett) could be the one of Trust Deficit3

Eichengreen, during his pitiless analysis, reports three point of deficit in trust.

  • Leaders/Public: The bond liking governments and populations is getting more and more unraveled. The institution of peoples, European Union, is felt, day by day, an empty shell of fear and lack of prospects.

  • Leader(State)/Leader(State): Suspect among representatives is growing higher, moving on the frequencies of finance, of policies beggar-thy-neighbor, of integration as a method of control and control as a method of abandonment.
  • Group/Group: the dominance of suspect as the definition of a system waiting for the order “every man for himself” can be recognized, or even influences a spirit of plunder that’s the real index of the medieval we are playing with.

The elemental function of structuring Europe held by cooperation, as seen, can be considered a common element in those points of view. Nevertheless, the emerging European question regards the same political nature of such an institution. And we’re not speaking about the problem of a lack of a serious political integration, repeated ad nauseam everywhere the word “Europe” is casually whispered.

The system of European Union lies on a tradition linking the western civilization around the phenomenon of political democratization by law. Discovering word as the capability to extend existence, the world survived to WW II gave life to hierarchical schemes elaborated to give response to a founding thought, the one of renaissance, the one of hope: Democracy. Problems, instead, were present, and we saw the consequences. Now is EU under attack, but why? The main reason is the one inter-linking EU and finance. Managing complexity means moving data and resources in enormous quantity. This is the definition of a system that cannot crash. I.e. a net subject to crisis when operators discover how fragile the risk covering strategy is. Where complexity takes over, only trust can hold on reality. The entrance in existence needs a ticket marked with faith.

Trust is the fundament for systems of joint responsibility. Joint responsibility and trust are the two pillards of societies after WW II. Such a building constitues the formula in response to the need for Democracy, a social scheme of entropic free choice, where appartenance is signed with high incidence of casuality and consequently escapes and assaults are determined by details. Fluidity preconized by Zygmunt Bauman some years ago can now be seen more clearly. This is no more fluidity. It’s a game played on the film dividing existence and nonexistence. It’s the complete oxmosys between real and unreal. However, that’s the perception. The one bringing man to law as a churchgoer finding peace in pray. Giving us our daily bread or bringing by its own effort rights, freedom and democracy. One between the two, that’s the same.

But a law, even a constitution, lies on paper. And so, how can it become something real, how can it become really freedom, equity, justice. How can it exist?

Well, we found that palaces, common rules, greetings and declarations could assure existence to principles we needed. As if those mountains of paper could take life, starting to breath and walk. We were the inventors, feeling ourselves similar to these ancestors of Maori tradition, sustaining existence by remembering old songs, by singing. The experiment of supranationality is the highest hazard of our time, because it means that if we fall, we fall together, with or without solidarity. We sang this song of forgetfulness making a deal with disaster, raising the bet.

Unfortunately, the list of errors is so long that only a complete redefinition of targets can save Europe from a slow decline (if we want to consider ourselves lucky).

The first and more significative case of European error is the complete foolery of Schengen Agreement of 1985. Such an agreement clearly shows the dangerous direction taken by European countries (somehow, among other, accepted also by nations out of Schengen Area). The central element justifying the entire system elaborated in Schengen is the one developing the method of exclusive-Europe. It artificially builds a region by closing it under a shield assuring European people from “invasions” by letting culture and identity, contrary to every document signed in forty years, be iced in this long winter we are experiencing. More, everybody knows that different individuals forced to live in the same space, sooner or later, will start to strangle each other. We fear everything’s out, we are starting to hate everything’s in.

The gloomy image of strangers pushing on the barrier went on afflicting European identity, and so European citizens and institutions for decades, stationed within the cracks separating leaders charged with responsibility towards their own countries. Despite a generous production of words we observe an high fragmented system, with high conflict between UE and foreign and latent one among the same European states.4

I would like to underline the aspect of latent conflict, because for a long time we thought, delighted by a celebrated series of philosophers, that the noisy persuasion given by majority would have brought to that not so veiled ethical state we chased with democratization process. Dissents exist, luckily, but conflict exists too, even if a distorted vision of society goes on speaking about armed violence in order to honor this so peaceful clove of world. More. Conflict’s permanence is intertwined with society, sometimes even functional for its survival.

The only way we found was to clean Europe from rubbish. From each drop of evidence that violence remains, even as founding element. We hid it under the rug. We invented sins where administrative offenses were. The case of debt it’s a clear example of this tendency.
The predatory approach to tributary collection in Italy reveals something more than a wrong link between public administration and citizenship. It makes clear a slip from infringement, as temporary condition never damaging the state of individual, to crime, as a precise position, interlinking legal response and ethical consequences in the moral status the individual owns in society.

Because if moral can be judged by exploring successes of the individual, debt is ethical debt, is lack in front of society, even rubbery.
State, at the contrary, divided by corruption, get unraveled in individuals never exactly recognizable as men of State. What have this to do with EU?

Well, the same fragmentation we found in national states, especially the ones characterized by an higher level of corruption, can be recognized in European supranational leadership. The same policy of debt too, evidently.

We arrived to the second big, big error we’re committing.

The notorious fame that Fiscal Compact has get doesn’t need for explanations. The effect on economy of European countries, at the contrary, has to be analyzed.

Fiscal Compact, as known, includes a “budgetary position […] balanced or in surplus” (Art. 3.1). Evidences brought by Eurostat (The European institute for Statistics) point out a medium rate Deficit/GDP in eurozone of 6,2 % (2010). Just take the case of Italy, in table 1. In 2010 Italian quotient between Deficit and GDP was 4.6%. Fiscal Compact

imposes a restrictive limit to fluctuations of Deficit/GDP established as ± 0,5.

Eu countries + UK and Czech Republic Deficit/Pil Eu countries + UK and Czech Republic Deficit/Pil
Austria -4,4 Italy -4,6
Belgium -4,1 Luxemburg -1,1
Cyprus -5,3 Malta -3,6
Estonia 0,2 Netherland -5,1
Finland -2,5 Portugal -9,8
France -7,1 Slovakia -7,7
Germany -4,3 Slovenia -5,8
Greece -10,6 Spain -9,3
Ireland -31,3 Czech Republic -4,8
UK -10,3
Table 1 (Source Eurostat)

That the theory. The provision, photographing reality, was published by the same European Union: Recession (-1,4%) and Deficit/GDP at -2% in 2013, the year chosen to make deficit magically disappear. Obviously the management of spending review is something of terrible difficulty, we already know. But the central question is another one, cried from all around the world to European institutions, the one of time. Time, because the fragile balance between incomes and expenses touches services fundamental to welfare state. It’s the leitmotiv repeated, underlined, reported by famous economists: States expenditure is primary to avoid the fall in poverty of the most weak ranges of population. It means hospitals, schools, pensions and so on. This has not been only claimed from economies where such an instance is rooted in society (for example by the Italian economist Gustavo Piga), but also from nations where the dramatic effect of a pale welfare on society is clear. It’s the case of the appeal to Obama signed by Arrow, Diamond, Maskin, Schultze, Sharpe and Solow, in order to avoid the choice to impose budget balance in constitution. It’s not a mystery the influence of pensions (30,2% in Italy) in state expenditures. Not a news even the idea genially produced to reduce the quotient Debt/GDP to the rate of 60%. The first one emerges as an old demographic issue, especially in Italy. The second belongs to the complex of convergence parameters of Maastricht Treaty. The not marginal problem resides in the fact that reducing expenditure needs time. But, once more, time emerges as the real protagonist of foolery. Foolery always deserves a peculiar attention, if nothing else to assure irony where rage reigns. And rage reigns where governors take foolish decision. As the one of reducing 6% of Deficit/GDP to zero.

We saw how Europe was designed with the principal instance of security. Now security becomes the one of currency by stability of balance. But we forgot the lesson of Eichengreen and Sennett. We forgot how social cohesion may assure real political efficacy more that insignificant institutions clad with good intentions. That trust cannot be built on such procedure:
The Contracting Parties that are subject to an excessive deficit procedure under the

European Union Treaties shall put in place a budgetary and economic partnership

programme including a detailed description of the structural reforms which must be put in place and implemented to ensure an effective and durable correction of their excessive deficits.

It’s not only the arrogance of prestamped solution that horrifies. Responsibility in international relationships has radically changed from Maastricht Treaty. For the first time we tried to assure a new method of supranational policy making, where decisions are taken from authorities interlinked not by a common electoral mandate, but by a precise choice, a pact between peoples. The hypothesis of letting decay the highest, greatest hazard of Europe to assure the miserable return to ownership lead by the strongest one, something like an ordered anarchy, is a nonsense. More. Once disempowered debtor states, we decided to charge a new institution created ad hoc with

the weight of responsibility. We have opted for ESM (European Stability Mechanism), that will replace EFSF since 2013. This the article number 8, 5th comma:

The liability of each ESM Member shall be limited, in all circumstances, to its portion of the authorized capital stock at its issue price. No ESM Member shall be liable, by reason of its membership, for obligations of the ESM. The obligations of ESM Members to contribute to the authorized capital stock in accordance with this Treaty are not affected if any such ESM Member becomes eligible for, or is receiving, financial assistance from the ESM.

No news, it could seem. The problem lies in the historical moment when this treaty has been hypothesized. Tensions among European representatives are spreading rapidly. Declarations on the menace of the new Germanic enemy are quite common. We must not let these voices get place of cooperation. The same line taken by Angela Merkel and Nicolas Sarkozy, some time ago links in common memory the thought of fall of Euro and the one of fall of Europe in conflict. The German chancellor said:

If the Euro falls so does Europe. No one take for granted other 50 years of peace in Europe.

Unfortunately institutions won’t prevent this, and the idea of charging its with all the responsibility is almost suicidal. The reason why can be found by analyzing the principal schools of thought about the problem. We can recognize:

-The school of institution building

-The school of bouncing

-The school escape&gain

-The school of diaspora

The school if institution building is the one of economists, politicians and citizens who cannot forgo from creating rigid structures in order to avoid insecurity. Quite right, we can admit. It’s the line that permitted Rigid Constitutions. As known, however, the United Kingdom has never had phenomenon of dictatorship, while maintaining flexibility of Constitutional structure. Feeling can, sometimes, more than structure. We must understand how much empty is a law without individuals acting with the conviction of its importance.

What is more, as well underlined by Gustavo Pica during a meeting at Sapienza University, criticizing the line taken by Mario Draghi during the same meeting, institution are not edifices that arise in a moment. We needed ten years to assure the functioning of Euro. Do we have so much time?

The school of bouncing is a very interesting phenomenon in the so called “civilized world”. It’s the voice of fear, the one of exclusion as method of soul-washing. More than a voice has claimed the criminal historical responsibility for whom who will put Greece out of Euro. They came from important journals as Il Sole 24 Ore, from economists as Paul Krugman, from important websites of citizen journalism as Agoravox. Sometimes, when tension starts to be unsustainable the idea of expelling the sacrificial victim emerges as the black memory of past (or latent reality hidden with care). I have no doubt that this fear hides a complex of reasons, not all of them founded on interest. Sometimes it happens that the thought of everything we care can bring to bad decisions. However, be sure that another country let descend the stairs of welfare in Europe B, the one where imposing democracy is not so important, won’t change the right idea that strength is right, full stop. The liberal choice taken by France to impose an exclusive weapons commerce with Libyan not-so-democratic troops is an evidence among the others5. Will we change this reality?

The school of Escape&Gain has been supported by Krugman in an excellent and moving article in the American journal New York Times. He said:

What is the alternative? Well, in the 1930s — an era that modern Europe is starting to replicate in ever more faithful detail — the essential condition for recovery was exit from the gold standard. The equivalent move now would be exit from the euro, and restoration of national currencies. You may say that this is inconceivable, and it would indeed be a hugely disruptive event both economically and politically. But continuing on the present course, imposing ever-harsher austerity on countries that are already suffering Depression-era unemployment, is what’s truly inconceivable.6

In my personal opinion, supported also be the entire reading of this article, the words expressed by Krugman are words of provocation, a provocation that resides inside every man who entered in contact with the study of Economics, the feeling of urgency for an arrest of human suffering.

Such a feeling deserves a peculiar attention, especially because of the important element it pointed out: An economy founded on exportation can take great advantage from getting out of monetary union. It can take profit from devaluation of currency and placing on the market its goods. This solution has been proposed especially for Italy, commonly considered an exportation lead country. This would directly exclude Greece and other nations not so strong in international market. Moreover, there are other economical unknowns. We’re speaking about the real competitiveness of economies with a low rate of expenditure in instruction, formation and research, but also about the possibility that the damage produced by the probable devaluation of currency could be higher than the advantage, especially considering the strategical relationship existent among countries about energetic market.

Other unknowns are to be treated further.

In the end, the school of diaspora. Europe has failed, Europe is finished. Who would say that such a vision is still unfounded? When chaos is so heavy no time remains to find the enemy, the only acceptable order is the one of “every man for himself”. Believe me that you would not like to see such a solution take life. Because of an high number of politic reasons, bound also to the choice of Escape&Gain.

Just imagine how high could be the price of something that looks like a dismemberment of European Monetary Union. An unreliable neighbor is a very bad neighbor. It’s not clear what kind of scenery could open in front of an Europe in diaspora. But if the momentary unbalance given by a country abandoning the common currency would be problematic, the one where every nation comes back to the precedent monetary system would be a good laboratory for chaos theory. How much desire will have European countries to exchange each other? If now we feel ourselves so European that an enormous mass of gall clouds reason, then there would be something like medieval crusades spirit.

“But” you could say “no solution remains. Good job. You have just erased each possible resolution. Oh, that’s so easy, the road that brings from critique to escape”.
Yes. Each primary effort was to erase each possibility of solution. Of economic solution. Why? Because European tradition on application of economic theory and realization of jurisprudence was, to be clear, a fall into nothing. Powder.

It’s the false myth of rational choice, the idea of man as an empty bottle to be fulfilled with contents and thrown into the sea. We must restart from humanity as the only real link between men and nations. We must because the European system we’re building is an unstable and unpredictable one. Another reason for the refusal of institutionalist shortcut: the strict code that animates pillars as ESM, EFSF and Fiscal Compact reduces the space necessary for nations for fluctuation of their reciprocal trust. We didn’t try to find a political solution, a return to cooperation among European leaders. We simply forced them to adapt their opposite tendencies, magically transforming them in Guarantees. Such an interesting method of non-persuasion, I think, won’t work with efficiency. It means putting in a bag an enormous amount of money trying to make this the motivation to remain in good terms. No point in underlining how utopic this thought is.

At the contrary, the idea of closing different states in a suffocating box will even increase their tendency to escape. This because of two different reasons.

The first one is related to the nature of such intervention. The speed at which the situation degenerated imposed the exploration of methods already known, and the collision with the sternness of Germany, France and Netherlands worked in this direction. So, we opted for the choice of plumping debt with new debt, in order to assure a future rebirth. Something similar to the American aid system of Marshall Plan. This kind of answer, in any case, works in two different circumstances: In long term and severe recessionary cycles, even if widespread, at the unavoidable condition: provision of growth. I fear there will not be for a long period. In short term, the established hypothesis of a forthcoming turning point. The same response: the idea of a short term is not conceivable.

Moreover, the idea that imposing a strict control will save us from corruption has the same effectiveness of the one that militarizing an area this will be sure. This introduce the second reason why the suffocating box won’t work. We’ll utilize, with high attention and care, an instrument let by Albert Tucker, in fifties, the Prisoner’s Dilemma. The Prisoner’s Dilemma is an important example of Game Theory. It has the worth of separating the choice of economic agent from its effective best interest. Because where cooperation cannot be started, staying certain conditions, a tendency to loss of benefit is predictable.

Tucker took the case of two prisoners who had no possibility to convey. Each of them has two feasible choices:

Stay silent, with the hope that the other one will do the same. Such a cooperation would cause the highest benefit, because this would mean the permanence in jail, for each one of the prisoners, for one month. Confess, knowing that this means being free, dumping the whole guilt on the other prisoner. He will be free, but the other will stay prisoner for one year, if he doesn’t do the same.

Prisoner B cooperate

Prisoner B defects

Prisoner A cooperate

1 month; 1 month

12 months; Free

Prisoner A defects

Free; 12 months

3 months; 3 months

Table 2

The mechanism of Prisoner’s Dilemma can be recognized also in ESM, with the preliminary consideration that each lack of communication may provoke a tendency to escape. The admonishment given by Eichengreen and Sennett remains alive. Where the capability of a society to stay united fails, everything’s lost. This is the bet we are trying to raise, because the choice to putting all the resources together means also the double role of guarantor and debtor, of cop and robber, of judge and defendant. More, it means also a game where the company “Europe” is surrounded by shareholders, each one of them trying to find out who is the one that will bring such a massive holding to bankrupt. Each of them, in the end, is looking for the right moment to leave. Because the counterpart for integration is disintegration. We live together, we fall together.
This way, the strategy of austerity seems always to have a plan B, a secondary exit, like a party where the last remaining has to pays the bill. A really expensive bill.

Let’s think about the kind of behaviour that this “ESM prisoner” will take.

The common cash has been deposited, everybody knows his spending limit. But men have a strange idea of relax, they’re used to narcotize their capability in reasoning. If someone seems to pass this limit, to spend more than how much he can, what will let this companionship united? Violence or Trust. And the first one may act on present, but compromise future, often creating more damages than those it avoided. More, violence is an autocorroborative method. It goes on recreating itself, changing people, drying up bonds.
Hypothizing that violence won’t occour, however, we find a not better scenary. Because a lack of leadership becomes, here, a push towards
beggar-thy-neighbor thought. The relationship between the state who doesn’t respect the pact and the others worsens, but the one among the others worsens too. Because the choice to leave, letting the charge of debt to ESM, is a deep temptation, especially in case of high probability that one of guarantors will go out:

State B stays

State B leaves

State A stays

A pays the partial loss of funds;
B pays the partial loss of funds
A pays an higher loss of funds;
B leaves;

State A leaves

A leaves;
B pays an higher loss of funds;
A leaves;

B leaves;Table 3

The table number three points out how the centrifugal tendency in ESM is not improper use of immagination. Its an element directly conditioned by the trust among states. Because a progressive lack of trust means a progressive augmentation of instability in ESM. If we compare the damage in remaining in ESM while other states leave with the fundamental characteristic of European institution, the one of joint responsibility (namely the fact that the choice of an agent to stay influences the choice of others) such a propensity can be provisioned by now.

If we want to avoid another season of tensions among European leaders we need no institutional declaration, but the common background of a shared strategy. A Strategy founding the idea that European peoples need each other. More. The convinction that we ARE the same people. Such a cultural step cannot be processed in European Parlament, it needs to take to the streets, sweeping away nationalistic rusts raising throughout Europe.

Economical solutions exist. We need a common regulamentation of financial flows and speculation risk taking. We’ll need UK. We need more transparency of bank deposits. We’ll need Switzerland. We need a common, strong and effective legislation on corruption, especially for public administration (the British legislation introduced in 2011 with Bribery Act could help). We’ll need Italy, Greece, Spain. We need, overall, a plan of reduction of debt. How? Well, the central point is that those debt flows are crossed. It can be clear at a glance to data published by the American journal New York Times.

Britain France Germany Greece Ireland Italy Portugal Spain Japan US
Britain 321$ 12$ 326$ 28$
France 22$
Germany 54$ 111$ 88$
Greece 1$ 54$ 19$ 0.3$ 3$ 10$ 1$ 1$ 3$
Ireland 17£ 49$ 3$ 4$ 19$ 11$
Italy 26$ 366$ 10$ 39$ 3$
Portucal 19$ 18$ 33$ 1$ 62$ 2$
Spain 118$ 58$ 6$ 26$
Japan 8$
US 345$ 322$ 324$ 1$ 163$ 796$
Debtor (on lines) and creditors (on columns) in billions of dollars. Source: NYT

As you can see, Japanese and American role in European debt can be considered, quantitatively marginal, almost in states where the crisis of sovereign debt has been deeper (Greece, Ireland, Italy, Portugal and Spain). The hypothesis of cross-debt reduction doesn’t seem, today, a paranormal phenomenon.

Today, because if China will decide to turn its attention on Europe, after having bought part of the American debt, the situation will get harder. The declaration released by Wen Jiabao, Chinese Premier, on February, has been ambiguous, on purpose, in my personal opinion. Something like an attentive waiting for European moves.

At the contrary, we can’t wait, because signs of sociopolitical breakdown are getting graver, lead by some masters of enemy’s creation now finding possibility to emerge. They are nothing. It’s the population that is changing, rapidly and without control. That’s the reason why we need more than economics. We need politics as capability in taking common choices. For example, I stay sure that an higher level of possibilities to move in Europe, to take contact between peoples, a real aid to movement, not the derisive projects for who could also without help, that an higher effort to affirm that we ARE European is the only acceptable solution. This is the reason why I’m also sure that Fiscal Compact, ESM and EFSF won’t save Europe. We will. We’ll do it if we’ll understand that cooperation among nations operates when becomes part of a wider project, the one of human reach for happiness.

We HAVE to stay human. It’s the only way to do almost everything that will endure. We are experiencing dark moments as we had never seen since 1929.

A sense of despair is perceptible, crawls down the streets, infiltrates in everyday life.

In a moment of desolation, however, stays freedom too. Stays the possibility for changing, restructuring reality with new prospects. Stays, indestructible and inalienable, that essence of human nature, the gigantic presence of consciousness, hidden in a corner, stubborn, with the fervent belief that no darkness can extinguish our unique capability to turn the light on, shining in that peculiar shape of hope we call will.

1“La tentazione del muro” by Barbara Spinelli, Repubblica, 22 February 2012.

2“Richard Sennett: Per uscire dalla crisi impariamo a collaborare”, by Paolo Magliocco, Il Sole 24 Ore, 4 April 2012.

3Europe trust’s decific” by Barry Eichengreen,Il Sole 24 Ore, 15 March 2012.

4The center of European civilization reveals, here, shocking similitude with Nuer population, studied by E. E. Evans-pritchard: his model of fragmentation stays valid, revealing how enemies invigorates social cohesion.

5“Parigi presenta il conto a Tripoli. Pressioni sulla Libia dopo il forte calo delle commissioni militari” by Gianandrea Gaiani, Il Sole 24 Ore, 9 October 2011

6“Europe’s economic suicide” by Paul Krugman, New York Times, 15 April 2012

Quando Marco Travaglio, tempo fa, diceva con la sua ironia tagliente che l’Italia è un paese fondato sull’“embè”, forse neanche si accorgeva del fenomeno che aveva scoperto. In quel caso si parlava di una classe politica che preferiva attuare la tattica dell’indifferenza di fronte alle accuse mossele, constatato il livello intollerabile di inadeguatezza raggiunto.
In realtà tale reazione alla realtà in cui l’italiano si inserisce è tutt’altro che un fenomeno circoscritto ad una ristretta cerchia di “collusi”, né può dirsi una recente avvisaglia di “decadenza morale”.

L’“Embè” non si esaurisce nell’autodifesa del furbo di turno, incapace ormai anche di sviscerare l’ennesima e assurda scusante. E’ una lettura dell’esperienza che l’italiano ha del proprio paese che rivela, fondamentalmente, una grassa ironia vigliacca, dove ad ogni essere umano è lecito di agire, dove dal suo agire ce ne derivi un guadagno, che esso sia diretto (da cui l’evoluzione della dottrina nella formula “Embè, allora…”) oppure indiretto, tramite la giustificazione di una miseria che, depositata nel fondo della nostra anima, subodora uno spiraglio per poter vedere soddisfatte le sue esigenze (da cui, invece, l’evoluzione nel motto “Embè, dai!”).

Da ciò il feudalesimo, da ciò il clientelarismo. Da ciò i mediocri interessi di parte, purché l’informazione di un illecito riveli la possibilità di un ampliamento del range di possibilità insite nell’essere all’interno di una ragnatela di reciprocità.

E’ la coscienza sporca di chi con grande vanto si autoproclama un “onesto cittadino”, nella pur piena consapevolezza che ciò che per l’etica è onestà, nel paese che partecipa attivamente a creare, è un reato sociale, come tutto ciò che violi l’estetica. Lo stupratore no, ma il costruttore che fa le case con l’amianto ammazzando decine di persone a volta sì. O meglio, lo stupratore a morte, il costruttore… Embè?

Su questa etica passiva si costruisce un edificio politico che è nulla più di un castello di carte. L’ultimo stato feudale d’Europa, che neanche da due guerre mondiali, una dittatura ed un sultanato ha imparato il senso di una partecipazione in quanto libera comunione di individui, e non come insieme di tessere elettorali che finché se magna, bene, sennò, appeso per i piedi. Fatto sta, continuiamo a chiederci cosa Monti possa fare per noi, cosa noi possiamo fare per salvarci in questa tempesta, e non cosa NOI possiamo fare per il paese. A parte, naturalmente, aprire la caccia al romeno ed altre amenità, discorsi di minacce germaniche come non se ne sentivano neanche dal tempi del fascismo.

Tuttavia, esiste un’alta dinamica fondamentale di questo continuo refrain italiano. Se è vero che la Dottrina dell’Embè è ciò che ci ha reso l’ultimo stato feudale d’Europa, l’altro lato della realtà è che gli italiani sono stati talmente maltrattati, offesi e schiacciati nella loro dignità dai propri governanti, da ogni autorità che nello Stato dovrebbe simboleggiare le garanzie alla base del contratto sociale, da aver versato anche l’ultima lacrima di un popolo che appartenga ad un paese in cui non viga la più completa anarchia: “Tanto…”

Questa è la più devastante delle Dottrine, quella di un popolo che ha perso le speranze, anche dove viga una grande solidità dello Stato, la diffusione di un commento di questo tipo, significa che tale solidità non è che quella di un paese eroso dal di dentro.

Laddove abbiamo giustamente ammazzato un dittatore, abbiamo lasciato posto ad una tale devastazione morale da rendere il diniego di giustizia qualcosa di realmente percettibile, al di sotto della superficie di un’apparente legalità. L’alternanza di governo è quella di una Democrazia troppo simile ad un duopolio di Cournot, dove i due contendenti si spartiscono il mercato solo per poter dominare da monopolisti la loro succulenta fetta della torta. Tanto è così che funziona. Il sistema che dovrebbe garantire i servizi minimi di un paese civile, quali acqua, elettricità ed informazione sono in mano ad associazioni a delinquere, volte alla truffa, allo strozzinaggio, alle minacce e all’estorsione. Tanto è così che funziona, dobbiamo pagare, perché secondo la giustizia LO STATO, QUELLO STATO CHE DOVEVA PROTEGGERMI mi ha truffato facendomi firmare documenti senza alcuna idea del rischio, per beni essenziali e all’attività, e alla vivibilità e alla dignità dell’individuo, roba che neanche la Costituzione può tollerare, quello stato è nella ragione.
E’ allora che all’italiano, qualunque sia la sua tempra morale, non può che apparire, l’illecito, come una forma di vera e propria disobbedienza civile.

Perché dovremmo illuderci che il cittadino italiano, il cui diritto alla dignità è continuamente e sistematicamente leso, sia davvero disposto a mettere la propria ambizione, la propria creatività, il proprio tempo a disposizione di uno Stato incapace di riconnettersi con la sua radice più vitale, la Nazione?

Se ci si vuole appesantire il cuore non si ha che da ricercare le innumerevoli storie di italiani posti di fronte alla faccia nascosta dei capetti, dei burocrati, degli affamati di carne che non fermerebbero la propria volontà di rapina di fronte a nulla1. Ed in nome dello Stato. Violentando la stessa natura della più grande e nobile prerogativa dell’uomo, quella di essere nel mondo e di poter agire contro le storture che in esso riscontra.
Di fronte a tanta sofferenza, a tanti maltrattamenti, i rigurgiti anarchici2 contro Equitalia credo lascino pochi italiani sbalorditi, anche se profondamente preoccupati, perché tali avvisaglie non possono essere passate sottovoce come un fenomeno marginale, ma anzi muovono da un’agitazione profonda del paese, una rabbia e un senso d’impotenza nei confronti di una giustizia che non arriva, mai.

In un’ora grigia, la scelta non può essere tra Stato e Anti-Stato, per tale che sia la frustrazione e lo spirito anarchico che chiede di essere sfogato.

I cittadini, nella morsa del circolo vizioso tra le due Dottrine che la nostra infausta condotta ha generato, non devono avere paura. Lo dobbiamo, se non altro, a noi stessi. Non chiedetevi cosa potete fare, agite per cambiare il paese con il vostro talento, con le vostre idee. In una modernità liquida davvero il battito d’ali di una farfalla può provocare un tornado. O portare nuova linfa vitale. Non è la banale retorica del “anche tu puoi cambiare il mondo”. Nessuno può cambiare il mondo. Può solo fermamente volerlo.

Le Autorità che gestiscono il potere, a qualsiasi livello, devono invece ricordare che nessuna legge può cambiare un paese. Ciò che muove uno Stato sono gli individui che lo compongono. Se essi agiscono come macchine, lo Stato non esiste. Se questi individui sono liberi anche di trasgredire le leggi, applicandole e comprendendone il significato, allora questo paese può cambiare.
I fatti che stanno accadendo, specialmente gli attacchi ad Equitalia, la rivolta dei Forconi, la Sicilia lasciata appesa ad un filo, con i viveri che lentamente si esauriscono, sono altrettanti segnali di allarmi, che, se lasciati senza alcuna risposta, nella peggiore delle ipotesi lo lasceranno discendere nel proprio lento declino. Ma quest’ipotesi di normalità non lascia più ad intendere di essere l’unica possibile. La fame è un materiale decisamente infiammabile. E gli italiani, o almeno questa è la mia impressione, alle ferite da bomba-carta sembrano dare una risposta che dovrebbe incoraggiare a non scherzare con il fuoco:

“Pazienza”.

1 Allego una storia, tra le tante trovate in rete, che veramente non può non far male.
“Da due anni ho rateizzato e pagato sinora il debito che avevo nei confronti di equitalia e inps. le rate sono molto alte ( il debito complessivo è di circa 50000 euro) . Faccio l’agente di commercio e a causa di grossi problemi di salute oltre che di mercato, le mie entrate si sono più che dimezzate al punto che a fine anno dovrò chiudere la partita iva. Dovrò uscire di casa e trasferirmi per non creare problemi ai figli e ho a disposizione solo una pensione di reversibilità di circa 410 euro. come posso mediare la cosa? mi dicono che le rateizzazioni non sono rinegoziabili. grazie per l’aiuto che vorrete darmi.
p.s. l’unico bene che ho è una modus che devo ancora finire di pagare” La risposta, da un sito che offre sostegno a chi si ritrova in questo genere di situazioni, è la seguente:
“Come le hanno detto, non sono possibili mediazioni con Equitalia. Almeno per la cifra in gioco che la riguarda.
A questo punto, è stato davvero un peccato aver pagato negli ultimi due anni. Poteva destinare quei soldi ad altri scopi.
Della Modus bisogna sbarazzarsene formalmente. Lei, se interrompe i pagamenti ad Equitalia, non può più avere veicoli di proprietà. Verrebbero sottoposti a fermo amministrativo.”
da indebitati.it

2 In questo come in altri casi, l’utilizzo del termine “anarchico” non indica alcuna appartenenza politica, quanto un sentimento di disgusto per tutto ciò che possa definirsi Stato o Autorità, riscontrabile nell’Italia di oggi. Potrebbe forse essere assimilabile ad una sorta di vis destruens

The evolution that our knowledge has met on its road, it has never been even imagined. The contact with this immense common mind, Internet, has revealed how the complex interlinking system existing in the human mankind can be istitutionalized. Even thinking about the unbelievable quantity of data remaining in Facebook or Google is somehow thinking about an anthropic dimension for the common concept of Conservation, nowadays accepted all around the world. Everything having an existence in the system, even invisible, must stay there, going on living, perhaps in a new form.

But this existential desire to survive is, I fear, hindered by the consciousness (or its lack) of the mass of data realizing their decadence in a status of phantom, in our horizon. An information, in the Conservation law, even hidden, lived with its strength, it became a form of energy (just think about an object burning, that is transformed in heat). But at an anthropic level, an information take strength by the one of the being communicating the news. It’s a regime of representation, because of the unsustainable presence of data.

That’s more than the identification between message and messenger. This means the identification between being not significant and being not existing. In this way, the horizon opened with the global mind, giving survival to that precious quantity of humanity that’s in each of us, shows a dark side we must consider.

This stream of beauty is every second deleted, washed away for this accelerated process of senescence we experience by updating our Facebook page. The precariousness of a deathly existence can not be avoided by depending, for our survival, from a machine breathing for us. Not even the accelerating movement can totally remove the deep sensation of this hole imprisoning everything behind the screen of a computer or a television.

Now is past, the list of names with no significant meaning. It’s the mist, a background of not enough powerful code strings lost in a past present, so deep that we feel our balance trembling, while looking in.

Could internet be an unconscious response to the feeling of our physical decline?

The use of our creative capability in order to answer to the common mystery of life can be comprehensible while looking to our feeling horizon. That’s like reading the far echo made alive by Isaac Asimov with his creations, feeling them as fragile pieces of an other time we’ll never see. But looking at the common utilization of knowledge with a principle of accountability, feeling responsible for everything we have been incapable to stop, this auto-corroborating sense of providential heterogenesis brings to a lack of consciousness. Lack in comprehension of what’s real and what is not. Lack in comprehension of what’s important to us, and what should be let in silence, even to remember that it doesn’t need words.

Because our common capability to experience and remember it’s the most powerful capability of the human being. It’s something so far from Knowledge as a lifeless structure of control.

While running, mechanically assisted, we’re losing the sentient element, by the three moments of Law, History and Reality. Confused and lost, the human mankind walk through a waste land, unconscious, and so irresponsible of the world rotating around of us. In the end, there’s so much beauty…

E’ morto il “Caro leader”. Bene. E a me dispiace. Direte, come ti dispiace, era un dittatore, un sanguinario, insomma, un criminale che sarebbe dovuto finire direttamente di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia. Ecco. Eccolo il punto.
Non capisco perché i dittatori debbano sempre morire d’infarto, d’ictus, insomma, chiusi in un lussuoso palazzo, circondati da maggiordomi e cortigiane, e non in una cella due metri per due, rimanendoci per una quarantina d’anni.
Certo, come non esultare di gioia assieme all’Economist. Ma anche come non guardare con una certa dose di livore le immagini trasmesse (una volta tanto a canali unificati) sulla folla piangente, la follia più pura e l’abisso più nero.

E dato che non crediamo nella follia come male psichiatrico ma come ombra sulla mente, forse non sarebbe il caso di accontentarsi di guardare a quei volti piangenti e piagnucolanti come si fa con un bambino un po’ stupido, con lo spirito manicheista e il “gusto catalogatorio dell’imbalsamatore di farfalle” (la definizione è di Franco Ferrarotti, da me molto abusata di recente, ma decisamente splendida).
Lo spirito soggettivista, infatti, pone questa serie di immagini nel catalogo della guerra fredda, sotto la voce “residuati storici”. Ma tutto questo, a sua volta, finisce nella categoria “Paesi di minore importanza”.

Comunque la si metta, la detta collocazione significa porre un dato sotto la soglia dell’importanza. Che nell’Era della Globalizzazione equivale ad annullarlo, perché dove la mole di informazioni non è più gestibile (potremmo dire caotica), l’insignificanza significa inesistenza.

Per questo, l’informazione produce fantasmi. Esseri umani, città, intere nazioni che vagano in una dimensione indefinita tra l’esistenza e l’inesistenza. Come se a virtualizzarsi non siano stati solo i collegamenti, ma il mondo antropico intero, a scapito di quello sensibile. Per farla breve, come dire che non è il mondo che è più piccolo, sono gli uomini che si sono rimpiccioliti, come tanti lillipuziani.

Sono scomparsi in questo modo i gulag, le torture, la polizia politica, la Juche, per riapparire (proprio come le apparizioni di un fantasma) in una mente globale che ancora non esercita e non riesce a sopportare il peso della globalizzazione, lasciando scorrere i dati come acqua di una fontana che porta all’oblio.
La follia la lasciamo ai nordcoreani, mentre noi siamo sani: abbiamo le visioni…
Meno male, forse siamo dei mistici almeno. Loro sopravvivevano senza mangiare: forse così a qualcuno spunterà da qualche anfratto una Coscienza, a chiedere come possiamo mangiare, passeggiare, guardare la televisione ed altre amene banalità quando viviamo ai tempi della Nord Corea. In tempo per recuperare dal cenone.