La Follia ai tempi della Nord Corea. Qualche riflessione sulla morte di Kim Jong Il

Pubblicato: 30/12/2011 in Attualità, Cronaca
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E’ morto il “Caro leader”. Bene. E a me dispiace. Direte, come ti dispiace, era un dittatore, un sanguinario, insomma, un criminale che sarebbe dovuto finire direttamente di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia. Ecco. Eccolo il punto.
Non capisco perché i dittatori debbano sempre morire d’infarto, d’ictus, insomma, chiusi in un lussuoso palazzo, circondati da maggiordomi e cortigiane, e non in una cella due metri per due, rimanendoci per una quarantina d’anni.
Certo, come non esultare di gioia assieme all’Economist. Ma anche come non guardare con una certa dose di livore le immagini trasmesse (una volta tanto a canali unificati) sulla folla piangente, la follia più pura e l’abisso più nero.

E dato che non crediamo nella follia come male psichiatrico ma come ombra sulla mente, forse non sarebbe il caso di accontentarsi di guardare a quei volti piangenti e piagnucolanti come si fa con un bambino un po’ stupido, con lo spirito manicheista e il “gusto catalogatorio dell’imbalsamatore di farfalle” (la definizione è di Franco Ferrarotti, da me molto abusata di recente, ma decisamente splendida).
Lo spirito soggettivista, infatti, pone questa serie di immagini nel catalogo della guerra fredda, sotto la voce “residuati storici”. Ma tutto questo, a sua volta, finisce nella categoria “Paesi di minore importanza”.

Comunque la si metta, la detta collocazione significa porre un dato sotto la soglia dell’importanza. Che nell’Era della Globalizzazione equivale ad annullarlo, perché dove la mole di informazioni non è più gestibile (potremmo dire caotica), l’insignificanza significa inesistenza.

Per questo, l’informazione produce fantasmi. Esseri umani, città, intere nazioni che vagano in una dimensione indefinita tra l’esistenza e l’inesistenza. Come se a virtualizzarsi non siano stati solo i collegamenti, ma il mondo antropico intero, a scapito di quello sensibile. Per farla breve, come dire che non è il mondo che è più piccolo, sono gli uomini che si sono rimpiccioliti, come tanti lillipuziani.

Sono scomparsi in questo modo i gulag, le torture, la polizia politica, la Juche, per riapparire (proprio come le apparizioni di un fantasma) in una mente globale che ancora non esercita e non riesce a sopportare il peso della globalizzazione, lasciando scorrere i dati come acqua di una fontana che porta all’oblio.
La follia la lasciamo ai nordcoreani, mentre noi siamo sani: abbiamo le visioni…
Meno male, forse siamo dei mistici almeno. Loro sopravvivevano senza mangiare: forse così a qualcuno spunterà da qualche anfratto una Coscienza, a chiedere come possiamo mangiare, passeggiare, guardare la televisione ed altre amene banalità quando viviamo ai tempi della Nord Corea. In tempo per recuperare dal cenone.

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