Un lavoro recente di Discovery Channel, “Morgan Freeman Science Show” (1), qualche giorno fa ha proposto l’intervista ad uno dei più importanti fisici teorici esistenti, Leonard Susskind. Egli poneva la questione dell’esistenza in maniera decisamente singolare. L’elemento di fondo della spiegazione di Susskind è una diversa concezione del reale e, soprattutto della sua interazione con il sistema. Susskind parte dal paradosso per cui lasciando cadere in un buco nero un qualsiasi ente, all’occhio dell’osservatore, questo vi si avvicinerebbe sempre più lentamente, fino a fermarsi, mentre, in realtà, verrebbe distorto dalla massa del buco nero, in maniera inevitabile. Da questo Susskind tra la seguente conclusione:

“Ho pensato che alcune idee su cui avevamo lavorato per la Teoria delle Stringhe potevano aiutarci a risolvere questo paradosso. Un modo di vedere questa teoria è che le particelle elementari nascondono parecchie cose che l’occhio non vede. [indica un aeromodellino] Guardate quest’elica. Quando gira velocemente voi vedete soltanto il mozzo centrale. Sembra molto piccola. Ma se aveste una macchina fotografica che scatta foto ad alta velocità, potreste osservare che mentre gira è più grande di quanto voi vediate. Ci sono le pale che la fanno sembrare grande. Secondo la Teoria delle Stringhe, una particella elementare ha delle vibrazioni sopra altre vibrazioni. E’ come se quest’elica, alla fine delle pale avesse altre eliche che a loro volta ne hanno altre, e così via fino all’infinito, e queste eliche girassero più velocemente di quella originaria, come si vedrebbe con la macchina fotografica superveloce. Si evidenzierebbero delle strutture complesse, e le particelle sembrerebbero crescere in maniera costante, fino a riempire tutto l’universo.”

L’interazione tra essere ed esistenza che traspare dal Principio Olografico di Susskind può essere analizzata non solo in chiave ontologica, come nella Teoria delle Stringhe, ma anche per quanto riguarda il genere di interpretazione ermeneutica che impone al linguaggio la monodimensionalità della dicotomia tra Significato e Significante. Se, infatti, la dialettica tra oggetto esperito e significato associato è stata perfezionata, rivista, riformulata dagli ingranaggi dell’interpretazione del rapporto tra essere e sistema, rimane vivo il problema del contatto tra enti (e quindi esperienze) laddove l’espressione del significato tramite il significante mantiene la sua essenza di zona grigia.
L’incomunicabilità tra esistenze diverse semplicemente esula dalla mancata corrispondenza tra volontà (significato) ed espressione (significante). Ma fuoriesce, anche nel momento in cui la si voglia porre come un basilare elemento di indeterminatezza nell’incontro tra individui, e dunque tra ingombranti io pregressi ed incomunicabili.

Se la prima visione, infatti, rivela una indebita lottizzazione della mente a solo beneficio di una più definita categorizzazione logica, la seconda pone l’interazione dialogica come funzione di un contatto dialettico:
L’interazione tra orizzonti di significato vede la propria originaria potenza soffocata da un contendere di stringhe di informazioni logiche. L’espressione di un messaggio logicamente strutturato al fine di comunicare, anche se un complesso di enti esperienziali, e non un dato monodimensionale, risolve l’interazione in questa maniera:

I = f (m1,m2,m3,…,mn )

Ipotizziamo che, telefonando ad una persona, essa interagisca con noi, con la seguente affermazione: “Sto studiando”.
L’Interazione I, analizzata tramite la seconda impostazione, si rivelerebbe come nient’altro che un ente dell’interazione il cui scopo è quello di riunire sotto la propria capacità espressiva un complesso di messaggi (m), tra cui “ora non posso parlare”, “mi annoio ma devo farlo” e “no, non raccontarmi dei fatti tuoi perché in questo drammatico frangente non può fregarmene di meno”.

Dove quindi una volta era il contatto tra universi di significato non è che dialogo in senso stretto. Non vi sono quindi che due Logoi, due discorsi, il cui conflitto logico si esaurisce in un eterno gioco degli scacchi, dove su di un campo limitato due forme di vita intelligente oppongono l’una all’altra, un agire come funzione che altro non è che un complesso di minacce a cui dare una risposta adeguata. Il dialogo, dunque, si rivela nella forma della sua peggiore nemesi, la Dialettica.

Cosa omette quindi, una multidimensionalità dell’interazione, allorché viene posto fuori discussione la criticità della dicotomia di De Saussure, ossia una fuga nell’esperibile, dove messaggio ed interazione coincidono?
Omette la semplice regola per cui nel tentativo di sfuggire da qualcosa si rischia perdere la cognizione di da cosa esattamente si stia fuggendo. Accorgendosi, poi, che invece che in fuga dal definito si è in fuga proprio dall’indefinito verso il quale si credeva di correre.
La soluzione, pur parziale ed incompleta, di questo enigma credo possa risultare dalla composizione del genio di Susskind stesso e del matematico Kurt Godel.

Guardare la singola interazione dall’individuo A all’individuo B tramite l’ottica del Principio olografico di Susskind significa infatti scioglierla dalla rigida struttura della molteplicità del messaggio, laddove al significato, inteso come concettualizzazione logica dell’ente, si sostituisce il Senso come materia fluida e mai inerte della metamorfosi del soggetto in concetto e viceversa. L’Ologramma di Susskind è il concetto nell’ottica del soggetto.

Esso è, tuttavia, anche l’ologramma del soggetto sulla soglia della temporalità, ossia quello dell’attimo, della piena sua potenza creatrice, poetica e quindi poietica. Non può, in questo, non affascinare l’insieme di conseguenze che derivano dalle analogie tra l’elica di Susskind che lentamente diventa Universo e la realtà che Godel delinea quando afferma che: “l’illusione del passaggio del tempo nasce da una confusione tra il dato e la realtà. Il passaggio del tempo avviene perché pensiamo di occupare realtà diverse. Di fatto occupiamo solo dati diversi. C’è un’unica realtà.” L’Ologramma di Susskind, è quindi esso stesso l’Uomo, come materia dell’interagire, come scintilla che da fuoco allo spirito e crea la luce.

Nell’interazione dell’Uomo-Ologramma, come nel più puro spirito della fisica, nessuna informazione si distrugge, laddove la combustione del Senso non si esaurisce nell’esperienza fenomenologica che l’osservatore ha della fiamma, ma nel meta-messaggio che trae nel togliere un tizzone dal focolare per portare la luce nel mondo.

1: L’episodio in questione è il secondo, “L’Enigma dei Buchi Neri”, ed è presente su YouTube:
http://www.youtube.com/watch?v=kUpjbNvEM8w

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