Sopravvivere a questa crisi

Pubblicato: 21/12/2011 in Attualità, Economia, Filosofia, Politica
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Quante cose ha visto questo mondo? Molte, troppe, come una serie infinita di spasmi di un genere che persiste a sopravvivere, nonostante tutto. La scelta di sopravvivere, tuttavia, si fonda sul pensiero permanente ai legami costruiti nel tempo. Si continua vivere, o, al contrario, si va a morire per una famiglia, per dei fratelli, per una nazione. Vediamo attorno occhi sconsolati, domande di fronte ad un evento senza nome. Ad un futuro indistinto ed inquieto. Continuano ad indicarci dei nemici, e guai se ascoltassimo dei rancori vecchi di decenni, follie assolute, lotte di classe, lotte allo straniero, lotte ai paesi plutocratici, che sono, poi, nient’altro che echi delle voci di chi il potere non lo aveva, magari, ma lo voleva a qualsiasi prezzo, anche quello di macchiarsi di sangue.
Quello che dovremmo chiederci, al di là dei discorsi astrusi e astratti è cosa vogliamo che sopravviva. Se sopravvive il corpo, senza un’anima, è vivo o è semplicemente uno zombie che continua a camminare con il solo scopo di vedere il mondo bruciare?

Perché di questo stiamo parlando, di un futuro che è semplicemente l’ultimo spasmo, un’inerzia meccanica di un cuore meccanico. Di un moto del pendolo che non porta da nessuna parte, come è sempre stato nella storia che abbiamo costruito.
Ieri si discuteva della Cittadinanza, di cosa significhi realmente essere parte di una rete di individui che lotta per lo stesso fine. Siamo arrivati, pure con idee diverse, alla conclusione che essa non può essere un semplice certificato, una formula burocratica, ma il simbolo di un’appartenenza, di un aggregato di esseri umani legati assieme da un filo invisibile.

Ripeto, fare discorsi “complicati”, fare della “filosofia” dove esistono problemi concreti, palpabili ed urgenti a volte non serve a molto. Tuttavia rimane, urgente e inaggirabile, una necessità di cambiamento, un rischiarirsi nell’aria senza il quale uscire da questa crisi sarebbe un salvare un corpo, senza permettere che l’anima continui ad esistere. Sonno, morte vivente, coma, la si può chiamare con mille modi, ma l’effetto sarebbe lo stesso, un continuum con il passato che farebbe di questa crisi solo un altro passo (o un altro spasmo) verso l’esaurimento delle prospettive. Da questa crisi possiamo uscire solo in due modi: Più poveri, oppure più poveri, ma più puliti.
….Ok, non è granché come alternativa (e tutto questo senza mettere sulla bilancia il circolo vizioso che una crisi economica può comportare, dove permettessimo il vacillare di un comune senso dei legami).
Tuttavia, alcuni demoni non possono essere abbattuti dalla burocrazia, da una legge, né tanto meno da un incontro ai vertici. Non illudetevi che alcun politico possa risolvere una crisi di questo genere, mai. La politica sembra possa risolvere molto, a volte PUO’ decidere tutto, ma si tratta di un gigante di argilla, se non poggia sugli uomini. La politica nasce dalla cura di ciò che c’è di più umano, da quel sentimento di esistenza ALL’INTERNO di una rete.

C’è una differenza tra Credenza e Fede. La prima è una stringa di codice mentale archiviata e ripetuta su richiesta. La seconda nasce dal concetto di Fiducia, come VOLONTA’ di porre il proprio agire al servizio di un’idea, dove il legame è più saldo, dove essere umani non è semplicemente un fattore biologico, o peggio ideologico e nazionalista, ma un dovere verso sé stessi. I veri demoni stanno germogliando ora, in questi minuti, in queste ore, in questi giorni. Stanno fiorendo da anni, da secoli di crescita ipertrofica e casuale, tra sensi del dovere, sensi di colpa e d’amor proprio. Quel rise up di cui tanto si discute oggi, non deve nascere da moti millenaristici, visioni di un qualche mondo paradisiaco senza smog, senza crescita, senza rom. Né dalla cancrena di discorsi politici vecchi di secoli, da attacchi alle banche, a banchieri grassi e politici in doppio vitalizio.
Si parla ancora di cambiare il mondo, slogan che ci invitano, suadenti, “cambia il mondo con noi”, “vota X, cambiamo questo paese!”. Sarebbe da studiare, quanti mondi avremmo cambiato con tutti questi slogan e manifesti, con queste frontiere più aperte o meno aperte, con questo lavoro più flessibile o più rigido, con queste pensioni più alte, meno alte, ad un età minore, scusate, maggiore, no, uguale, no divisa per sette, radice quadrata e poi elevata alla n.
Il concetto di “cambiare il mondo” implica tre elementi: Un mondo X, determinate caratteristiche da cambiare o mantenere, un soggetto tanto potente da poter maneggiare un sistema tanto vasto e complesso.
La prima e più ovvia risposta è stata data in più occasioni, e non ha avuto in effetti, conseguenze poi così positive, anche se qualche malinconico ancora ci spera. E’ quel monismo politico che è stato sognato da tanti pazzi criminali con il pallino del totalitarismo, da Napoleone in poi, per attenerci alla storia contemporanea.
La democrazia ha poi portato quel processo che con tanta simpatia abbiamo definito partecipazione popolare, una specie di devolution degli amiconi, dell’ “anche tu puoi cambiare il mondo”. In altre parole, una bella e costosa illusione da cui siamo stati strappati improvvisamente e con neanche tanta grazia.

Allora perché spendere (e quindi sprecare, in tempo di crisi) tante parole? Di fronte ad un fenomeno tanto vasto e tanto grave, di fronte ad un peso opprimente su milioni di cittadini, fare filosofia è quasi un’offesa, per prendere le parole di Franco Ferrarotti, il gusto classificatorio dell’imbalsamatore di farfalle.

 

Perché parlare a chi questa abnorme crisi la vive e porre le basi per uno scatto di orgoglio e di coscienza, per un aiuto dato quando non se ne ha voglia, per uno sguardo di intolleranza in meno, per un biglietto pagato, a maggior ragione perché pesa di più, sul cuore prima che sul portafoglio, è la prima cosa che possiamo fare, da umano a umano, per risollevare quest’umanità caduta. Per avere speranza. Meglio. Fede.

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