Esiste, nella Storia, una zona d’ombra, un luogo delle masse dove la norma istituzionalizzata nella Legge si incrina, lascia un vuoto, incontra, potremmo dire, una discontinuità. Nel tentativo di riportare ogni cosa sotto funzioni attive, ossia sotto un comportamento predeterminato e socialmente riconosciuto, a volte accade che si sfugga allo scopo di fondo del processo stesso, ossia la continuità e stabilità del sistema socio-economico. Pieno esempio ne sono le rivoluzioni, o le guerre, il momento in cui, come commentava, l’Economist, parlando dell’Italia, ci si chiede: “E ora?”.
La fluidità, componente chiave del dinamismo democratico di cui si è tentato d’investire l’occidente post-bellico, prende il sopravvento sui blocchi istituzionali e istituzionalizzanti della struttura nazionale e internazionale.
Questa stessa fluidità è posta a cardine dello sviluppo antimetafisico imposto alla svolta del passaggio dall’età moderna a quella contemporanea. Con l’avvento della secolarizzazione, ai dogmi sono stati sostituiti i paradigmi, avvolgendo amorevolmente la scienza, nuova fede, di questo spirito positivista dove la freccia del tempo è divenuta l’indicazione di un processo il cui fine è lo sviluppo. Un processo dinamico i cui vertici sono stati considerati Diritto, Economia e Libertà.

Libertà istituzionalizzata nel Diritto, Diritto non più inteso come forma di astrazione di principi dell’Etica, ma come venatura pratica nell’evoluzione della tecnica, e infine dell’Economia. Nel tempo, poi, il Paradigma dottrinario di riferimento è stato più volte posto in crisi, ridefinito, rimodellato, sostituito da uno nuovo o ripreso da un passato idealizzato e decaduto. Libertà, poi Uguaglianza, poi Armonia, Tolleranza, Integrità, Fede, Amore, Odio, Coerenza, Dinamismo, insomma, un enorme calderone di pensieri diversi in continua lotta per la supremazia, per lo status di Paradigma, di verità diffusa, di funzione dietro ad ogni comma, ad ogni tasso d’interesse, ad ogni slogan.

Si è venuta a creare, infine, una nuova metafisica, sono sorti molti dei, ma stavolta gli apostoli, i santi, non risiedevano in un testo, ma, a milioni, miliardi si costruivano l’aureola con poche firme, un’azienda e magari una candidatura. Di più, arrivavano a manipolare i principi, ormai caduti sulla terra, ormai divenuti Diritto, senza che nessuno potesse chiamarli fondamentalisti, perché questa non era religione, ma una questione di diritto, di politica, di affari, di regole che la comunità intera aveva eletto a proprie funzioni attive, come percorsi esistenziali nel contingente. Veniva rovesciato il principio che Diderot esprimeva nell’Encyclopédie, proprio agli albori dell’età contemporanea, per cui l’esistenza all’interno di un sistema di leggi impone all’individuo il rispetto delle stesse, o l’allontanamento. Sono quindi Agisco. No, stavolta è l’azione collettiva normatizzata nelle leggi che pone ciò che io sono, perché Agisco, e solo dopo, Sono.
Si è trattato, insomma di gabbie d’acciaio, di totalitarismi, di dittature feroci del pensiero imposto e della burocrazia soffocante. Ma si è trattato, poi, di gabbie invisibili, di smooth dictatorships, di pensiero unico popolare. Il paradigma come ipotesi base dell’avvicinamento progressivo tra forma di governo e massimo sistema, tra sistema e regime economico, tra schema socio-economico e ideale sociale, ha quindi creato, nella storia recente, non un mostro, un dittatore sanguinario, una legge dell’uno, ma milioni, miliardi di mostri, ognuno dittatore del proprio mondo fatto di imput, elaborazione e output, di un pensiero unico attivo e mai proattivo. Costruito sull’azione come risposta alla contingenza sociale, mai come prodotto di una qualsiasi forma di esistenza intellettuale all’interno del sistema. L’Ipotesi della Democrazia ha finito per indebolire e devitalizzare ogni forma di avvicinamento alla stessa. Zygmunt Bauman pone, giustamente, in “Modernità liquida”, la questione del totalitarismo, criticando coloro che, oggi, pongono come riferimento della critica al potere l’opera di autori quali Orwell e Huxley. Eppure è proprio il “Mondo nuovo” di Huxley che pone oggi l’interrogativo fondamentale della nostra storia recente, sulla comodità, sul fondamento autocorroborante della Video-Democrazia: I pilastri contemporanei della forma triadica Diritto/Economia/Democrazia, come potente immagine, fine ultimo di ogni sforzo della comunità umana, impostisi come modello paradigmatico universale (o quasi), possono davvero imporsi nella realtà umana nel momento in cui vengono affermati?

Thomas, sociologo affermatosi negli Stati Uniti nella prima metà del novecento, ci dice qualcosa in proposito. L’idea che qualcosa esista è, in Thomas, tanto potente da imporsi come reale, nei suoi effetti. Il concetto che la mente degli individui impone sull’oggetto del pensiero è tanto potente da renderne reali alcuni elementi collaterali. Ma non può renderlo esistente. E’ un po’ il principio di Re Mida, il fatto che io pensi di poter trasformare tutto ciò che tocco in oro, non significa assolutamente che questo sia possibile, ma al limite che finirò per indebitarmi per cifre che non riuscirò mai a restituire.

 

Viene a costituirsi, insomma, un deficit d’informazione. Ed è questo il punto fondamentale.

 

L’enorme ampliamento delle conoscenze ha comportato, inevitabilmente, un parallelo processo di specializzazione nella produzione di beni, servizi e conoscenze. Un po’ come l’uomo platonico, alla ricerca del proprio Daimon (Demone, Anima e Dio), l’individuo contemporaneo ha ottenuto dalla specializzazione una forsennata ricerca della professione, un restringimento del range di scelta e, conseguentemente, un inaridimento della sensibilità al flusso d’informazioni esogene. Già indicato da Irti come segnale di svalutazione del background etico degli individui, questo processo si inserisce in un quadro di riferimento caratterizzato da fenomeni ormai consolidati nello schema comportamentale delle democrazie occidentali:
La Videocrazia, intesa come ascesa del potere come controllo del flusso d’informazioni, effettuato tramite l’unico strumento accreditato in una fascia di pubblico abbastanza ampia da risultare influente in un sistema elettorale basato sulla volontà della maggioranza: Il mezzo televisivo.

Speculare alla Videocrazia, emerge la nascita dell’Homo Videns sartoriano, quell’individuo che sa tutto di ciò che vede e nulla sa di quello che non vede.
Infine va considerata la parabola discendente, proposta da Franco Ferrarotti, che conduce dalla Rappresentanza, verso la Rappresentazione. Dall’essere-elemento umano, proiezione di un ente morale, all’essere-oggetto personaggio di una performance appiattita su desideri dell’individuo. Vengono a fondersi informazione e intrattenimento nel mostro in tecnicolor dell’infotaiment.

 

 

Se si prendono in considerazione questi elementi, giunti da scienze tra loro differenti ma tutti esplicativi della nostra comune storia recente, si comprende come parlare di Videocrazia, Homo Videns o discesa verso la rappresentazione, pur comportando forme d’interpretazione della realtà attuale fondamentali, non sia sufficiente.

Alla base di tali fenomeni, infatti, risiede un caso elementare, non semplicemente di deficit, ma di una vera e propria asimmetria incrociata dell’informazione.
Diritto ed Economia crollano, come fondamenti, nel momento in cui si avvera una impressionante polverizzazione delle conoscenze. Ci è stato detto che la legge è uguale per tutti. Ma necessitiamo di un nocchiero dell’inferno, un avvocato per comprendere cosa questo concetto astratto e fumoso vuole esattamente da noi. Sappiamo che lo Spread sfiora la quota 500 punti, ma non abbiamo la più pallida idea dei meccanismi che regolano il mercato dei Titoli, un aspetto strutturale, tanto importante da poter comportare il fallimento di un intero paese. Per questo abbiamo bisogno di un economista, o di un giornalista che cita economisti, o magari di un economista con l’hobby del giornalismo. Abbiamo, insomma, BISOGNO della televisione, che, tra l’altro, il più delle volte agisce da strumento d’informazione ex-post, quando cioè il danno è fondamentalmente fatto.

Video-Democrazia significa, in questa prospettiva, il rovesciamento del rapporto tra Realtà e Ideale: Dato che l’attuale crisi economica lascia nella società civile un amaro senso di spegnimento delle prospettive, si esaurisce qualsiasi spinta del reale verso l’ideale (della Repubblica verso la Democrazia, ad esempio), sostituito da un filtraggio mediatico in cui il differenziale tra principio e forma sensibile svanisce, offuscato dalla prospettiva di un’attività civile che si esaurisce nel dovere d’informarsi mediatamente, nascondendo l’esistenza creativa, pro-attiva, dietro un’esistenza adattiva, il cui fondamento è continuare a muoversi, senza che alcun dover-essere si ponga come scopo all’essere. L’uomo diviene, quindi, oggetto della Storia, perdendo a tutti gli effetti la sua soggettività, lo status di Essere Creatore, dietro il malcelato compenso di un’appagante riflessione che nient’altro è se non una stringa di codici casualmente recepiti, durante l’esistenza, senza nulla apporre, né cambiare. Sostanzialmente, senza alcun Atto di esistenza.

In tutto questo, la fame di conoscere, comprendere, il dubbio ostinato e feroce sono il fondamento essenziale, perché quel “E ora?” non necessiti che di spolverare una risposta vecchia di 150 anni, ma poi non così impolverata, l’evergreen del “Tutto come prima”. Porre fine a questa desolazione è imperativo CATEGORICO, se esistere è prima di tutto pensiero, ma soprattutto Atto nel mondo. Perché, a ben vedere, esistere E’ essere nel mondo. E del mondo, quindi, essere responsabili, perché un essere umano che ha perso la volontà di cambiare il mondo, ha con questo perso la sua umanità.

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