Crisi Economica, Crisi delle conoscenze

Pubblicato: 07/11/2011 in Attualità, Economia, Politica
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Ultimamente ne abbiamo sentite e viste parecchie. Più sentite che viste a dire la verità. Lo sguardo di Sarkozy ad Angela Merkel. L’euforia dell’Unione Monetaria Europea nel realizzare ciò che a parole era sembrato, con la nascita dell’Euro, un pilastro fondamentale della filosofia dell’Europeismo, ossia la solidarietà tra gli stati.

Di più. Abbiamo visto, meglio, sentito un’enorme mole di bellissimi discorsi, lunghe discussioni, inviti all’azione. Ecco, l’azione, è questo il punto. Parola e azione, azione e parola. Ci si è molto interrogato sulla dialettica parola/azione, lo hanno fatto filosofi, sociologi, antropologi, psicanalisti e linguisti, politologi e scrittori. Alla parola segue l’azione o all’azione segue la parola? Forse sarebbe salutare se ci fermassimo un attimo.

 

Il dibattito, posto nella forma triadica degli elementi della Parola, dell’Azione e del legame che tra esse intercorre, implica che sulla direzione di questo legame venga a porsi il nodo cruciale. L’esistenza e la natura di questo presunto nesso logico rimane, così, totalmente ignorata. Non solo: il rischio è quello che questa venga considerata una “semplice” questione di Filosofia, una problematica da lasciare sullo scaffale accanto a “Il mondo come Volontà e Rappresentazione”. Nulla di più errato.

A ricordarcelo non è un individuo qualunque, è un certo Milton Friedman, forse il più importante economista del novecento, assieme a John Maynard Keynes.

Neanche a dirlo, Friedman parla proprio di autorità monetarie, asserendo che la politica monetaria deve rispondere ad un principio di coerenza, affinché possa realizzarsi una stabilità dei mercati. La BCE, organismo attorno a cui sta ruotando l’enorme problema del debito nell’eurozona, si fonda, lo ricordo, sul mantenimento della stabilità dei prezzi. Un problema filosofico? Non nel senso classico (e corrotto) del termine. Un problema socioeconomico? Assolutamente.
L’Europa delle democrazie, quella degli ultimi sessant’anni, uscita dagli orrori del Totalitarismo Sistemico (il totalitarismo assurto a condizione endemica in alcune regioni e standardizzato quindi nel sistema complessivo) che sembrava averla ormai fagogitata, non ha saputo che produrre una enorme domanda di carta per documenti, dichiarazioni, dichiarazioni solenni, pentimenti, scuse ufficiali, dichiarazioni d’intenti e timidissime e reverentissime proposte. La Regale maestà è divenuta nel nostro tempo la Democrazia stessa, nonostante l’avvertimento di intellettuali come Aléxis de Tocqueville, che già nell’ottocento metteva in guardia da un’eccessiva fiducia nella libertà conquistata, o di Cornelius Castoriadis dallo smettere di mettere tutto in discussione.
La Democrazia non conosce ordinanze esecutive, è vero, se ne sono accorti(e per ultimi) gli Usa, ed è anzi nemica di qualsiasi forma autoritaria. Di più. Ogni forma di contaminazione tra Democrazia e tale imposizione istituzionale non la porterebbe che in una spirale devitalizzante il cui punto di arrivo è lo Stato Etico.

Ciò premesso, si delinea l’invalicabile confine tra massimi sistemi e forme di governo, in maniera tutto sommato analoga al modus operandi, nella definizione del diverso ruolo che nell’azione umana ricoprono l’Etica e la contingenza. Tuttavia è proprio dal frazionamento dell’identità etica dell’individuo che si genera il frazionamento dell’identità dell’individuo nella storia, e quindi della storia stessa.

L’enorme trauma del più puro orrore nel cuore della “civiltà” (Auschwitz) ha aperto un’immensa ferita che, come ogni ferita della psiche, porta alla rimozione, fino all’ultima istanza, quella della schizofrenia. Ne ho già parlato in un articolo, ma non è questo il punto.

L’interrelazione tra forma di governo e massimo sistema di riferimento implica una questione sociopolitica, oltre che filosofica. Indicare un ideale come meta a cui tendere verso la creazione di una forma di coesistenza pacifica e reciprocamente proficua è cosa fondamentale, ma appartenente ad un orizzonte di analisi ancora superiore a quello del paradosso che resta, ad oggi, da sciogliere, l’irriducibile questione del disagio che negli ultimi tre anni ha tenuto in scacco il sistema monetario europeo e più in generale il sistema che lega reciprocamente molti paesi tramite debiti incrociati, flussi di investimenti e, non ultima, anche se non per tutti, la costrizione ad un’unica politica monetaria.

Il semplice fatto che le organizzazioni internazionali, in questo caso l’Unione Europea stiano letteralmente affogando in questa mole di carta ormai derubata da qualsiasi valore reale, non riguarda semplicemente la ricerca del fatto in mezzo a tante parole.
Le mancanze dell’Europa stanno lentamente emergendo nella loro connotazione puramente economica:
1)
L’instabilità delle relazioni internazionali tra i paesi membri dell’UME, dovute:

A) Alla permanenza di debiti incrociati

B) Alle tensioni riguardanti l’intervento in Libia e, soprattutto, riguardanti la spartizione delle commesse per la ricostruzione del paese.

C) Al metodo di partecipazione, oltre che alla consistenza del fondo
“Salva-stati”, forse l’unica via per evitare un default pilotato in Grecia che rischierebbe di lasciarla insolvente nei confronti dei propri debitori, principalmente Francia, Portogallo e Germania, anche se con importi non altissimi (circa 92 miliardi di dollari), specie se paragonati al debito italiano (444 miliardi, tra Francia, Spagna, Giappone, Usa e UK) o a quello spagnolo (208 miliardi, tra Francia, Giappone, Germania e Irlanda).
1)La sfiducia dei Consumatori e degli Investitori, quindi:
A)Per quanto riguarda i Consumi:
Con un tasso di disoccupazione dell’Unione Monetaria Europea attestato attorno al 10%, le cifre al riguardo non sono drammatiche (escludendo la Grecia al 15%). I dati allarmanti riguardano la disoccupazione giovanile: I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono il 44% in Spagna, il 38% in Grecia, il 29% in Italia, il 28% in Irlanda, 27% in Portogallo, Francia attorno al 23%, con una media della zona-euro attorno al 21%, grazie a paesi come l’Austria (9%), la Germania (8%), l’Olanda (7%). E’ necessario, inoltre, tenere conto di forme di percezione del reddito non rilevabili (lavoro in nero), ma soprattutto dell’incidenza sul tasso di occupazione dei cosiddetto contratti a progetto (in Italia stimati attorno alle 400000 unità), da inserire nel più complesso scenario della precarietà della percezione del reddito, che colpisce 3757000 individui, in Italia, secondo la stima elaborata nel 2007 da Emiliano Mandrone e Nicola Massarelli.

 

B) Per quanto riguarda gli Investimenti:
Un progressivo aumento del rischio dei titoli dei paesi “deboli” dell’Eurozona, segnalato dal declassamento nel rating e dall’aumento : Ancora una volta si parla di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna. Quindi meno investimenti, conseguentemente meno occupazione e quindi meno consumi.

La tempesta, insomma, non può essere aggirata, né le si può fuggire, perché ci ha lentamente circondato. Questo non significa che non esista una soluzione, ma questa soluzione richiede alla sua base un fattore, un fattore che non abbiamo mai avuto e che l’Euro stesso ha sempre imposto come prerogativa per evitare un tracollo storico: l’Europa. Altrimenti ciò che porterà ad una revisione della moneta unica non sarà una semplice crisi economica, ma una crisi culturale, che passa anche per una crisi delle conoscenze, l’unico elemento capace di permettere uno sviluppo comune ed equlibrato.
Le necessità perché questo accada sono insite nelle problematiche sollevate non certo da me. Le uniche risposte date fino ad ora sono, dal punto di vista economico, una liberalizzazione delle imprese, con abbattimento dei costi di turn-over e la creazione di una cassa europea, il fondo salva-stati, che rischia di diventare un pozzo dove andare a mettere le mani ogni volta che si è gestita male la politica fiscale (un nuovo falso metodo di finanziare il debito, se si vuole); dal punto di vista politico una assurda e incommentabile rissa di voci più nazionali che europee.
Se non ci decideremo a valorizzare la formazione della conoscenza prima e del know-how poi, se non ci decideremo a sovvenzionare una seria mobilità europea del lavoro e dell’istruzione (vedi le sovvenzioni ridicole agli studenti Erasmus), e se infine non faremo questo con politiche chiare, condivise e trasparenti, beh, allora forse sarà troppo tardi, non per l’Euro, ma per l’Europa stessa, e vedremo così sprecata l’ennesima possibilità di dar vita ad una vera Civiltà. E questa non è filosofia, né tantomeno retorica, è qualcosa che stiamo pagando con denaro fin troppo reale.

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