Ciclo politico-economico, politica della performance e ruolo del cittadino

Pubblicato: 29/09/2011 in Attualità, Economia, Politica

L’economista William Nordhaus, in un articolo del 1975, sottolineava il rapporto che intercorre tra politica economica e alternanza parlamentare tra i partiti. Le asimmetrie d’informazione tra classe politica e popolazione, infatti, finiscono per spingere la dialettica parlamentare allo stallo.
Il rapporto tra tassazione e spesa pubblica tenderebbe naturalmente nella direzione più consona al raggiungimento dell’obiettivo del “politicante”, la tanto agognata rielezione. Il vettore naturale, quindi, non sarebbe che quello in direzione dell’aumentare di spesa pubblica. Perché? Nordhaus propone varie motivazioni di fondo, la più interessante delle quali riguarda la condizione per cui l’aumento della spesa pubblica si ritraduce (specie in un paese in cui il pareggio di bilancio non è un dovere costituzionale) in un beneficio immediato, lasciando la necessità di controbilanciare lo squilibrio nel bilancio dello stato alla coalizione vincitrice delle successive elezioni, facendo del deficit un costo futuro. La condizione di insolvenza cronica e, potremmo dire, sistemica, non può decisamente sorprenderci. Come insegnato a qualsiasi operatore economico, infatti, lo Stato non segue che la dottrina del debito come metodo di raggiungimento di beni fuori dall’attuale portata, in base ad una scommessa su una congiuntura favorevole nel periodo in cui sarà necessario coprire questo buco di bilancio.
Certo, che addirittura una nazione scelga, in assenza di una grave necessità (come accaduto all’Italia del “Piano Marshall”), di portare avanti una scommessa così rischiosa potrebbe sembrare inconcepibile. Ma la teoria di Nordhaus mette in luce anche il perché di questo modus operandi.
Il fondamento sta nella dialettica bipolare, endemica e funzionale nel parlamentarismo.

La logica stessa del frazionamento partitico implica che ogni gruppo parlamentare si proponga come portatore di un interesse X. E questo fattore di contatto tra logica politica e volontà civile si contrappone alla continuità dell’azione di riforma, col generare una miopia che tende a raggiungere il patologico nel momento in cui le istituzioni in se stesse sono più fragili. Come ha ben spiegato Franco Ferrarotti, è in questo preciso momento che più si rafforza la politica della performance.

Volti, personalità dove invece dovrebbe essere un ruolo, promesse concesse dall’alto dove invece dovrebbero essere diritti inalienabili. E’ la logica del terremoto di l’Aquila. L’abitazione come manna messianica giunta da una entità ordinatrice in virtù di una precisa volontà, e, soprattutto, dietro ad un ben riconoscibile e sponsorizzato volto. Non lo Stato come compagine sociale, proiezione dei cittadini uniti da solidarietà umana, ma lo stato come instrumentum regni, come macchina piegata dalla volontà di un solo uomo.

Non solo.

Se si amplia il campo d’indagine dal soggetto politico (il partito) al sistema (il parlamentarismo) la criticità rivela la permeabilità del sistema stesso (sempre considerando esogeni e tendenzialmente infiniti l’incapacità e disonestà della classe politica, giusto per dare realismo all’osservazione).
L’endemica miopia nel campo della politica economica, nella lettura di Nordhaus, non può che avvicinare uno stato di congelamento delle dinamiche decisionali, nella logica del bipolarismo, nel momento in cui l’esasperazione della dialettica parlamentare permette il radicarsi di rapporti d’interesse tra elettori ed eletti:
La coalizione A tenderà ad applicare la politica “a” nel tentativo di ottenere l’appoggio elettorale del gruppo X. La coalizione B applicherà la politica “b” per aggraziarsi il gruppo Y. Un tale processo di isterilimento dell’azione politica, prosciuga di ogni vitalità quella che è ad oggi considerata come la massima conquista della democrazia -l’alternanza di governo tra coalizioni opposte- annichilendo sul nascere ogni velleità di cambiamento nel paese. Se A è diverso da B, allora anche a sarà diverso da b, tendenzialmente opposto, e, naturalmente, sommare i risultati di due opposti avrà come unico risultato… il nulla.

La necessità di un diverso processo di interazione democratica tra cittadino e classe politica diviene giorno dopo giorno più urgente, anche solo nell’obsolescenza degli attuali modelli di presenza civile nel dibattito pubblico, in una condizione dove gli stessi spazi di confronto politico, etico e sociale vengono erosi da un progressivo appiattimento dei sistemi d’informazione, coadiuvato dal coincidere tra memoria storica e memoria mediatica.

L’attuale convergenza tra politica e informazione, volta allo stesso obiettivo, quello di rivolgersi allo spettatore/elettore tramite una dottrina di love bombing, non può essere un’alternativa credibile all’associazionismo oligarchico che dalla prima repubblica abbandona ad oggi strascichi di pensiero unico nei movimenti di piazza.
Lo slogan rimane, agli effetti, lo stesso: Il partito sa cosa fare, votalo e proteggerà i tuoi interessi. Ma non esiste etica negli uomini che parlano ai proletari o ai borghesi, alla destra o alla sinistra, agli uomini o alle donne, ai conformisti o agli anticonformisti.
L’unico principio che si possa porre alla base di un diverso rapporto tra governanti e governati è il ruolo del cittadino non come stakeholders di un’impresa, quanto come esseri umani che in virtù della propria volontà scelgono di porsi a guardia di interessi universali alla base di un imprescindibile principio di responsabilità. Solo assumendo che l’indipendenza del cittadino sia un vincolo indispensabile per lo sviluppo dello stato (nella speranza che un giorno ci sia qualche politico nel nostro paese in mezzo a questa folla di politicanti) potrebbe far permeare un qualche germoglio di etica nella classe politica, rendendo accettabile l’idea per cui esercitare il potere non ha come scopo quello di esercitarlo il più a lungo possibile, ma di rendere più vicina la realizzazione del dovere fondamentale dello Stato, quello di assicurare ad ogni individuo la propria personale espressione, in virtù dell’idea che il fallimento dell’espressione dell’individuo rifletta sempre e comunque il fallimento della società stessa.

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