Identità europea e solidarietà globale

Pubblicato: 28/05/2011 in Attualità, Politica

Articolo inviato sul tema “Volontariato e Cittadinanza europea”

La necessaria riflessione riguardo al significato che l’identità europea ricoprirà, in futuro, negli equilibri internazionali, non può essere scevra di una considerazione fondamentale: Se ci domandassimo il fine ultimo di un processo identitario europeista, quale sarebbe la nostra risposta?
Perché non esiste identità senza alterità, né inclusione senza esclusione.
E allora parlare di cittadinanza attiva come appartenenza europea, come sentirsi europei  per essere europei, dovrebbe forse assumere un significato più ampio e lungimirante di un muro costruito verso Oriente.

Il grande rischio del “sentirsi europei” risiede proprio in questo, non nel “sentirsi simili a…”, quanto “diversi da…”, un’identità in negativo, esclusiva e predatoria, un’identità debole insomma (un nemico comune crea alleanze ad orologeria), ma il cui impatto potrebbe anche risultare devastante nel lungo periodo.
Andrebbe ripreso forse lo spirito dei discorsi alla nazione tedesca di Fichte, l’esistere che si fonda sull’essere un noi, non sul non-essere gli altri, dove l’appartenenza non è questione di sangue o di discendenza ereditaria, quanto la firma apposta su di un contratto, l’impegno per lasciare ai nostri figli un mondo migliore di come l’abbiamo trovato, e dove il senso di solidarietà non si fermi sui confini, né diventi la facile scusante per una politica estera aggressiva, ma si fondi sulla consapevolezza che essere europei significa innanzitutto agire da europei in quanto esseri umani, con la feroce illusione e l’incrollabile volontà di cambiare il mondo, di credere nell’impossibile, e in questo modo renderlo realizzabile.
In questo senso la parola volontariato non può e non deve assumere la tonalità pietistica dell’aiuto porto al disgraziato, alla vittima di sé, sostanzialmente a qualcuno considerato incapace di provvedere al proprio sostentamento; non può essere un contrappasso di un disadattato, un diverso, un altro troppo ostinato per ritornare all’ovile-prigione del noi.
Non sono i cibi scaduti, le medicine da sperimentare, i vestiti da buttare per un terzo mondo da buttare. Non sono i milioni di corone di spine gettate dagli aerei lontani, messaggeri di un dio pagano chiamato Europa, non sono il sacrificio rituale tratto dalla Bibbia del commercio, non sono il dolcissimo pensiero di avere l’anima in pace con due euro di sms, o con l’ennesimo intervento militar-umanitario fatto di medicine e pallottole, cure e sfruttamento, pubblicità e indifferenza.
La necessità urgente e pressante della coscienza di essere europei prima che italiani, francesi o tedeschi non può non giungere dalla coscienza che da europei si può fare di più di quanto si è fatto da italiani, francesi o tedeschi, in continua lotta, ad azzuffarsi per una miniera, un pozzo o per vendere le armi al prossimo pazzo genocida da armare e giudicare.
Qualcuno ha detto che il grado di civiltà di uno stato non è nei picchi delle sue eccellenze, ma nella dignità che sa assicurare ai suoi più deboli figli.

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