Straniero e sacrificio rituale

Pubblicato: 09/04/2011 in Attualità, Filosofia
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Tra i vari aspetti della domanda “cosa sta succedendo all’Italia?” quello più preoccupante non riguarda qualche centinaio di incapaci arroccati in parlamento, ma
il nostro diverso modo di intendere le cose, da dieci anni a questa parte.
Cosa succede alla nostra visione dell’altro?
Si esprime, evidentemente, se pur in modo subdolo, una necessità che si acuisce nei momenti in cui gli uomini si sentono in balia di forze incontrollabili, che in quanto tali sembrano appartenere ad un mondo altro, un irrazionale immanente che ci minaccia dall’alto: La necessità di rendere altro tutto ciò che di pericoloso, violento ed incomprensibile si inserisce nelle crepe di un sistema. O, in mancanza d’altro, di tutto ciò che riteniamo tale, o sul quale più comodamente possiamo appiccicare l’etichetta di “nemico”.

Urge, nei momenti di crisi -quindi di passaggio- catalizzare il male che affligge la società, oggettivarlo in un’unità spazio-temporale comprensibile e ordinata.
Quell’unità si chiama vittima sacrificale, identificata come male e quindi espulsa, come una nave che isola un proprio compartimento la cui falla rischia di compromettere la nave intera.
E’ l’esperienza del sacrificio rituale, che in occasione del nuovo anno riporta alla dimensione atemporale del rito, unico atto capace di ospitare, per questa sua caratteristica, il catalizzatore delle sofferenze, delle paure e dell’angoscia di una società che incanala nell’animale o nella persona il male, per più eliminarlo.
L’irrazionale, il deviante viene così escluso, come elemento caotico, reso altro da una realtà che deve essere creduta perfettamente razionale e quindi equa e meritocratica.

Il sacrificio rituale, sia esso appartenente a società “prelogiche” o sia esso il sacrificio salvifico cristiano, non si esaurisce “nella notte dei tempi”.
Si trova nelle più moderne società, è il nostro modo di intendere il diverso sloganizzando il pensiero per costruire gruppi di appartenenza capaci di ordinare la nostra realtà.
In altre parole, “ci rubano il lavoro” equivale a sentirsi italiani, e per fare questo bisogna eliminare, anche solo culturalmente (ma non mi sorprenderebbero risvolti peggiori), tutto ciò che è diverso, quindi tutto ciò che può mettere in crisi, e quindi far evolvere la nostra società.
Chi ha paura dello straniero?

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commenti
  1. Michele ha detto:

    Lo straniero oggi sembra sempre di più essere diventato il capro espiatorio per eccellenza di ogni situazione negativa. Oggi sono additati a pericolo pubblico a Lampedusa, fautori di un’invasione che non sarebbe tale se noi sapessimo guardarli in faccia come per quello che sono:uomini. Uomini che fuggono da realtà difficili e non rispedibili come pacchi postali. Ieri erano orde barbariche, gli assassini della sig.ra Reggiani e così via. Domani? Purtroppo, con la logica dei respingimenti, dei “fora dai ball” non si va da nessuna parte.

    Complimenti per l’articolo, molto interessante, davvero.
    Michele, Attualitalia

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