Storia e Memoria

Pubblicato: 04/04/2011 in Attualità, Filosofia, Politica
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Beh, credo che dato il sottotitolo del blog nel quale scrivo, sia, diciamo, “destino”, che io mi ritrovi a scrivere riguardo al rapporto che intercorre tra storia e memoria, quando, parafrasando il monito di Jackson durante il processo di Norimberga, mi domando se “renderemo conto alla storia”.

Dovremmo, forse, partire dal nostro modo di intendere la memoria. Come scrive Halbwachs, “la memoria non è tutto il passato, ma neanche tutto ciò che resta del passato.”
Accanto alla collezione ordinata di momenti, infatti, rimane, al limite tra storico e metastorico, l’immagine, il senso al di là del mero dato, al di là della pagina sui volumi scolastici.
Nel ricordo di un passato mai decaduto nell’oblio permane il “me” come
oggettivazione dell’identità degli individui che oggi sono il presente.
Esiste, infatti, un modo essenzialmente unico in cui ricorderemo il crollo delle torri gemelle, in quanto qualcosa di noi permane in via assoluta nella formula “io c’ero”.
Perché? Per un fatto molto semplice. Essere nella storia significa diventare materia del cambiamento, ed è per questo che ci (dovrebbe) risultare impossibile spiegare che noi eravamo lì, sì, ma eravamo occupati, avevamo da fare, il nostro lavoro era lavorare, o studiare per lavorare, o studiare per non lavorare, e quindi continuare a studiare.
Perché la storia appiattisce ogni cosa, il perché lo spiega Galimberti, citando Jaspers, nel dire “siamo colpevoli perché siamo ancora vivi”. Possiamo caricarci sulle spalle le colpe della morte di milioni di esseri umani per salvaguardare il nostro benessere, come fece Jaspers con i delitti del Nazismo?
Possiamo farlo o meno, possiamo connettere o meno la nostra coscienza con quello che accade attorno a noi, tentare un output da aggiungere all’input, ma quello che è certo è che qualcuno si chiederà perché non abbiamo fatto nulla. Perché eravamo nella storia e non abbiamo avuto il coraggio di entrarci, ai margini, nella speranza che tutto continuasse nel suo fluire senza farci troppo male.
Eppure la memoria non è la storia, come detto, non è un orologio che continua a ticchettare regolarmente per l’eternità, è una materia malleabile, proprio perché antropica, e quindi fondamentalmente caotica.
Se volessimo dare un’immagine, potremmo dire che la memoria sta all’uomo come la gravità alla materia. Comprendere questo significa capire come è attorno all’uomo che si concretizza la memoria, come essa non sia il risultato dell’incontro tra l’individuo e l’esistenza, un dato esogeno che ci si ritrova sulle spalle nella più piena incoscienza.
Ricordare significa ri-costruire, lo spiega Schutz, significa recuperare il me lasciato per strada e riportarlo all’io, con tutti i rifiuti, la sporcizia che esso porta con sé. Non è una questione di Karma, fai del bene e ne riceverai altrettanto, significa essere al mondo con la consapevolezza che esso guarderà un giorno al nostro tempo, modellando la nostra memoria sulla propria asettica storia.
Allora sarà molto difficile dire “così andavano le cose”, perché se noi ci dimentichiamo della nostra memoria, la storia difficilmente si scorda di noi, anche quando non ci chiama per nome.

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commenti
  1. Elisa ha detto:

    Molto bello!
    Mi ha riportato alla memoria una delle contestazioni che Marx fece a Feuerbach, il suo aver perso di vista l’uomo nella storia. Studiamo date su date, ma degli uomini non sappiamo nulla. Penso che il nostro difetto più grande sia dimenticarci che ciò che sta accadendo, ciò che accade ogni giorno, è già storia. E’ destinato a diventarlo. Hai ragione quando dici che la storia non è solo memoria, è più che altro consapevolezza.
    Davvero interessante, scrivine altri così!

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