La Nato e la Libia: Come deformare la Democrazia

Pubblicato: 26/03/2011 in Attualità, Media, Politica
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“Catene e carnefici: questi sono gli strumenti grossolani di cui un tempo si serviva la tirannide; ai nostri giorni la civiltà ha perfezionato perfino il dispotismo, che sembrava non aver più nulla da apprendere”.

Questo lo scrive Alexis de Tocqueville nel XIX Secolo.
Non lo scrive un nostalgico dell’ancien regime, ma, anzi, un entusiasta della democrazia, un personaggio capace di recarsi in America per studiarne le dinamiche democratiche, studio da cui nascerà la sua opera più importante, De la Democracie en Amerique.

Sottolinea, Tocqueville, come il mondo non si divide in dittature e democrazie, e, sopratutto, come la libertà politica necessiti di uomini, ancor prima che di strutture di garanzia.
Perché dove la paura diviene indice del comportamento umano,
allora tutto cade nell’indefinito, nel sensazionalismo e nello sloganesimo.
Lo slogan, come una pubblicità, acquista la sua efficacia in quanto pensiero spendibile, efficace, immediato. Si configura come l’arma più efficace nel momento in cui non conta il pensiero quanto il discorso, vincere la disputa verbale, lasciare l’avversario senza risposta. Per controllare bastano due semplici azioni quotidiane. A) accendere la televisione B) cercare un programma di “approfondimento politico”.
Allora il pensiero diventa affermazione puramente estetica, esteriore, insomma vuota, più o meno come un bel vestito sfoggiato in pubblico.

Lo spiega Zygmunt Bauman, la paura è un capitale per la fabbrica mediatica, può distorcere la democrazia, sfumarne i confini, solo indicando un nemico comune.
Costruiamo la nostra identità sul nemico, come spiega Eco, e allora ecco che dai comunisti si passa all’integralismo arabo, all’invasione clandestina, alla minaccia mafiosa che incombe sul nord. Quando poi ci viene pomposamente proclamato, riguardo all’Italia, che essa è “nata per unire”, onestamente, credo che ci sarebbe molto da ridere, se non ci fosse ancora di più da piangere.

Come ci sarebbe da piangere al pensiero di come la straordinaria capacità umana di creare paradossi si sia affinata fino a fare della sua più grande conquista, la Democrazia, la più potente arma “umanitaria”.

E questo non solo tramite quella che un mio professore ha definito caratteristica “dei capi zucconi”, quella di “non capire che la democrazia non si esporta in punta di baionetta”. Tutto si raffina, col tempo, o meglio, si antropizza, quindi acquista caos a danno dell’ordine, e allora -assolutamente straordinario- anche le azioni militari si arricchiscono di un substrato inconciliabile con esse, ma fondato su un’idea altrettanto cinica e brutale.
In altre parole, si preparano gli eserciti per aiutare il nemico, per esportare una cattiva democrazia e sostituirla ad una cattivissima dittatura.
E’ lo stesso principio di cui parlava Telese, tempo fa, quando parlava dei fondi in Italia: Si tolgono alla sanità, poi alle prime lamentele si prendono alla cultura per dargli agli ospedali, come a dire “ma come? Non volete aiutare gli ammalati?”.
Allo stesso modo non si può attaccare un paese per scopi affaristici, ma si arma un macellaio lasciandolo maturare al sole del maghreb, finché non  perde la testa, trita un po’ di carne senza nome, così da poterlo attaccare. NOI, invece, siamo così cinici, davvero senza cuore, da dire no. Perché, non vogliamo difendere quel povero popolo oppresso?

Cattivo pensiero è il pensiero dell’indottrinato, il focalizzare i propri procedimenti razionali in modo tale da lasciare fuori tutti gli elementi di complessità che farebbero cadere un tanto comodo processo.
Alimentare tale procedimento settario è un comportamento criminale.
Le magnifiche sorti e progressive continuano ad avanzare, si sbrighino però, altrimenti per quando saranno arrivare il popolo libico sarà stato distrutto da Gheddafi, lasciato senza risorse dall’Inghilterra o, alla meno peggio (si fa per dire) costretto ad una dittatura democratica ad orologeria.
E i santi salvatori saranno già alle Cayman a goderne i profitti.

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