Il Possibile e l’Impossibile

Pubblicato: 06/03/2011 in Attualità
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Inizieremo, oggi, non dalle mirabili baggianate misteriosamente cominicateci dai vasti templi che costellano la nostra (dis)informazione. Primo, perché parlare di qualcuno significa donare un’esistenza mediatica, e sprecare questo dono facendone omaggio ad uno dei nostri politici sarebbe un tentativo simile a quello che J.K. Rowling impone a Barnaba il Babbeo, quello di insegnare la danza classica ai Troll.
Secondo, perché a volte è necessario tornare alle origini, per comprendere il presente.
Perché nessuna critica, neanche la più sottile, può prescindere dalla riflessione. Non possiamo limitarci alla comprensione di ciò che non vogliamo essere, senza una profonda analisi di quello che VOGLIAMO essere. Un’identità negativa non è che un’immagine rovesciata, un tentativo di bilanciare l’equazione, che perde il suo significato una volta raggiunto l’equilibrio. E’, insomma, essere ciò che gli altri non sono, invece di essere ciò che si è. Ma partiamo dall’inizio.

Non potremmo che iniziare col prendere in considerazione due film straordinari: “Un sogno per domani” e “L’Onda”.
Quale legame potrà mai accomunare un film che indaga il nostro ruolo nel mondo con uno in cui emerge potentemente la necessità di rileggere il nostro modo di intendere il rapporto tra i totalitarismi del XX secolo e la modernità?
A mio parere, il bisogno di rivedere la contemporaneità alla luce di una rinnovata flessibilità del Possibile e dell’Impossibile.

“Il regno della possibilità, esiste… dove? In ognuno di voi, qui [indica la testa].”[1]
Con queste parole il Professor Simonet pone la questione del rapporto Possibile/Impossibile e, SOPRATTUTTO, l’incidenza che l’equilibrio tra di essi comporta nell’agire sociale di un individuo.
E’ possibile l’aiuto reciproco tra gli uomini, la cooperazione, cosa può fare un uomo, come formica di formicaio, come goccia in questa modernità liquida, per il mondo? Per i propri simili?
A queste domande risponde Travor, ragazzo di undici anni, proponendo la propria idea: Passare il favore. Aiutare tre persone in qualcosa che non possono fare da sole, a condizione che facciano altrettanto. Una, tre, nove, ventisette persone e così via. Assolutamente utopico. Ma analizziamo un momento in cosa si caratterizza l’utopia del “passare il favore”. Essa risiede nell’improbabilità statistica che un’alta percentuale di individui coinvolti risponda a questa “chiamata”. Nulla di più vero. Come vero, però, è il significato insito nel gesto che comporta questo sistema. Il mondo del possibile, come spiega Simonet, è nella mente, nell’uomo, il resto è scenario, sfondo. Quello che conta è il sentire inteso nel gesto, quello che rende il generale particolare, l’indefinito perfettamente caratterizzato. Il rapporto che si crea tra soccorritore e soccorso, per capirci. E’ possibile soccorrere tutti? No. Ma è possibile lasciare una traccia e una missione. Ne è esempio l’utopica impresa realizzata da Matt Flannery, “Kiva”. Abbattendo il muro di nebbia della filantropia classica, fondata su grandi associazioni autoreferenziali e autocratiche, Kiva è anche chiamata l'”Ebay dei filantropi”: Ci si registra, si scorre la lista degli imprenditori che richiedono un prestito e si inviano 25 dollari. Una volta raggiunta la cifra richiesta, l’imprenditore, in qualunque parte del mondo, potrà comprare le attrezzature necessarie a mettere su un negozio di biciclette, o il bestiame per una fattoria, restituendo presto il debito contratto. Fin qui tutto come al solito.
Ma il creditore non è una banca con gli artigli già posati sul debitore, ma un socio, un coazionista che stavolta entra davvero in contatto con le persone che aiuta, persone dotate di nome, cognome, età, sogni e progetti. Non si aiutano i poveri del mondo, ma si è soci, per un breve periodo, di imprenditori in tutto il mondo, persone per cui 400-500 euro sono la somma necessaria a costruirsi un futuro. Denaro, poi, puntualmente restituito (una percentuale attorno al 98%), e pronto ad essere reinvestito. Filantropia a costo zero, circa un milione e mezzo di dollari investiti a settimana. Per cambiare il mondo.
L’impossibile attuato.

L’altra faccia della medaglia è quella che rivela “L’Onda”: Rainer Wenger, professore di liceo, all’incredulità dei suoi studenti sul fatto che il Nazismo possa ripetersi, propone un esperimento, creare un movimento, l’Onda, con una propria ideologia, un proprio saluto, una propria divisa. Bastano sette giorni per dare vita ad un’atmosfera di violenza e prevaricazione, una cortina degna del 1984 di Orwell. Una trama ispirata, per intenderci, ad un vero esperimento svolto in Germania da Rob Jones, la terza onda, che ha portato a pestaggi e violenze. Nel 1969, circa quarant’anni fa, quando il Nazismo era ufficialmente deceduto da un pezzo.

L’impossibile, in questo caso, appare più come una giustificazione semplificazionista di un passato da esorcizzare, l’annullamento statistico di un improbabile le cui pur misere chanse fanno molta paura. Ma credo ci sia di più.
Ritenere qualcosa impossibile non significa solo rendere altra la propria azione dal male insito in qualcosa che “è impossibile ritorni”; Significa anche eliminare un ricordo storico doloroso dell’uomo di ieri dall’umano dell’oggi, dare al presente una connotazione scevra da un’umanità decaduta che non esiste. Identificare il male non come qualcosa che è non possibile, ma come qualcosa che non è possibile. Non cambia nulla? A mio avviso sì:
Perché dire che qualcosa è non possibile, significa accettarne l’esistenza, ma non la possibilità, mentre definirlo come qualcosa che non è possibile significa allontanarlo non solo da ciò che potrà essere, ma da ciò che è stato.[2] E’, in un certo senso, la risposta di una società schizofrenica che, di fronte agli orrori del proprio passato lo aliena da se stessa, lo rende altro, lo imputa ad un’identità artificialmente costruita perché regga tale peso con la virtù della propria inesistenza.

Parlare di due film come “Un sogno per domani” e “L’Onda”, significa innanzitutto intraprendere un’analisi comparata tra la nostra visione di ciò che è possibile e di ciò che non lo è, muoversi sull’indistinto confine che delimita il nostro orizzonte di azione nel mondo.

Agire nel mondo significa soprattutto esistere come movimento, confondere e mettere in dubbio quel confine, se è vero che la prima prova del proprio errore sia la certezza. Se “Un sogno per domani” ci spiega cos’è possibile, e “L’Onda” cosa non è impossibile, allora forse dovremmo rivedere profondamente le nostre certezze, la stessa dicotomia possibile/impossibile, magari rivista nella più logica probabile/improbabile. Perché dobbiamo difenderci anche da ciò che è improbabile, e riflettere su ciò che è stato. E, soprattutto, dobbiamo credere in ciò che non è mai stato, perché potrebbe essere.

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[1]  Professor Simonet – “Un sogno per domani”

[2]  Comprendo perfettamente quanto questa suddivisione possa essere facilmente smontata dal primo professore di Logica. Sinceramente? Non mi interessa minimamente, l’importante è che sia chiaro il concetto che questa suddivisione esprime.

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commenti
  1. sophie ha detto:

    ciao!
    vorrei complimentarmi con te non solo dal vivo o faccia a faccia. e ho 2 motivi a sostegno della mia ipotesi:
    perchè credo sia importante anche lasciare un semplice commento al pc. che puoi rileggere quando vuoi e quanto vuoi.
    perchè credo sia molto bello ciò che fai; ti esprimi, lasci agli altri la possibiltà di ragionare o anche semplicemente di informarsi e quindi vorrei esortare anche gli altri a fare lo stesso.
    quindi, per farla breve, (tanto sai come la penso riguardo qst articolo),continua a scrivere e a….impicciartiineuroni!
    baci8

  2. Nearly all of what you say is supprisingly legitimate and that makes me wonder the reason why I had not looked at this with this light previously. This article really did switch the light on for me personally as far as this subject goes. Nonetheless there is actually 1 issue I am not too comfy with so while I try to reconcile that with the actual central idea of your point, let me observe just what all the rest of the readers have to say.Nicely done.

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