La “Sindrome italiana”

Pubblicato: 02/02/2011 in Politica

Nel 1895 Gaetano Mosca, scienziato politico elitista, scrisse queste parole:
“Le diverse formule politiche, secondo il diverso grado di civiltà delle genti tra le quali sono in vigore, possono essere fondate o su credenze soprannaturali o sopra concetti che, se non sono positivi, ossia fondati sulla realtà dei fatti, appaiono almeno razionali. […] Ci è d’uopo confessare che, se nessuno ha visto mai l’atto autentico con il quale il Signore ha dato facoltà a certe persone o famiglie privilegiate di reggere per conto suo i popoli, un osservatore coscienzioso può anche facilmente constatare che un’elezione popolare, per quanto il suffragio sia largo, non è ordinariamente l’espressione della volontà delle maggioranze.”

Mosca, con queste parole, ci mette di fronte ad una questione fondamentale. L’eredità del suo pensiero, in effetti, consiste in una semplice, importantissima domanda:
Ora che il Parlamentarismo, soluzione pratica atta a realizzare la democrazia rappresentativa, è divenuto un mezzo affermato nel nostro sistema costituzionale, siamo davvero tornati in possesso della nostra libertà politica?
Nell’idea di Mosca, l’aver abbattuto il dominio dell’assolutismo sul mondo, non implica necessariamente l’esser divenuti liberi.
Allo stesso modo, oggi, l’aver posto fine al Fascismo, sessantotto anni fa, non implica necessariamente poter davvero usufruire di uno dei più importanti principi riconosciuti come inalienabili dalla nostra costituzione.
Anzi, la condizione anomala della nostra storia contemporanea sembra gettare ombre sinistre sull’effettiva portata della nostra capacità di mantenerci liberi.
Il nostro novecento nasce sui germi della decadenza democratica, ben presto sfociata in una delle più feroci dittature del secolo, un’egemonia delle forze di estrema destra che è durata, spesso incontrastata, per più di vent’anni.
Un improvviso voltafaccia del Re e del Gran Consiglio del Fascismo ha poi consegnato la nascente repubblica ad un parlamento epurato da qualsiasi forza di destra.
Ma una dittatura è prima di tutto una condizione mentale, e un paese fascista non diviene democratico tutto d’un fiato, né tanto meno consegnare l’Italia a DC, PCI e PSI può essere considerato, ex post, una miracolosa fonte di libertà ed uguaglianza.
La destra sopita ha potuto cullare la sua rabbia per cinquant’anni, mentre il paese veniva spartito tra affaristi senza alcuno scrupolo, dilaniato com’era dallo scontro tra cattolici e comunisti.
Colpa, in parte, dell’anomalia storica che ha fatto sprofondare un paese dell’Europa “civile”, in una barbara dittatura, in pieno novecento. Una discontinuità nel distendersi del pensiero libero, che la storia non ci può perdonare, perché l’improvvisa caduta di un tale regime implica il propagarsi di scosse di assestamento che tutt’ora colpiscono il paese.
Travaglio ha sottolineato, tempo fa, su come non riusciamo ancora a liberarci dal peso del nostro passato. Questo è verissimo.
Ma quello di cui, ad oggi, non riusciamo a liberarci, è soprattutto il nostro ostinato, disperato bisogno di rinunciare al pensiero lasciando che altri pensino per noi. Ne ha parlato, poco prima di andarsene, Mario Monicelli, e con lui Daniele Luttazzi.
Si tratta di una “Sindrome italiana” che non sembra davvero arrendersi allo svolgersi del tempo, che è piegato da essa ad eventi che sembrano inspiegabili nel momento in cui si ricorda che i nostri nonni ed i nostri padri hanno vissuto il dramma del Fascismo.
Perché la Sindrome italiana è una sindrome ben evidente, non si necessita neanche di uscire di casa per notarla, basta accendere la magica scatola che ci collega al resto dell’Italia ed a quel pensiero unico che vuole imporci. Che vogliamo farci imporre.
Dicono che la speranza sia l’ultima a tirare le cuoia, credo invece che in Italia sia proprio quest’atteggiamento mentale, che permeava il Fascismo, ha valicato la soglia della democrazia, giungendo nella Prima Repubblica, ed è finito come una valanga nella Seconda, l’ultimo a morire. Perché, come asserito dallo stesso Travaglio, nella volontà di liberarci dei criminali di Tangentopoli, non ci siamo accorti nelle mani di chi ci stavamo mettendo.
Vista la condizione della nostra fiducia nella classe politica, si può tranquillamente dire che la speranza, almeno in questo campo, ce la siamo giocata da un pezzo.

In questo senso credo che non basti davvero il realizzare quanto incapaci possano essere i “parlamentari per caso” che ad oggi tentano di dirigere l’interesse pubblico del nostro paese in direzione dell’interesse privato di amici, parenti, cortigiani e servi intellettuali di vario genere.
Perché, per quanto la classe politica tenda a rendersi altra rispetto alla popolazione, un paese-nel-paese, rimane difficile credere che questi improbabili personaggi spuntino dal suolo di Montecitorio tra una seduta e l’altra, questo, perlomeno, non prima che il nostro Presidente del Consiglio abbia finito di trasferire lì il proprio harem personale, dall’attuale locazione ad Arcore.
Perché se tra le varie, disgraziate idee lasciateci da Hegel ne esiste una umanamente accettabile, questa è quella per cui ogni popolo ha il governo che merita.
In quest’ottica, non ritenendo neanche degna di essere pensata l’ipotesi di accettare questo come un dato di fatto, non si può che arrivare alla conclusione alla quale arriva Gaetano Mosca: non basta il rinnovamento della classe dirigente, né è concepibile la regressione verso forme di governo assolutistiche, sono gli uomini che devono prendere coscienza del loro ruolo all’interno della società politica. E’ l’educazione alla libertà, tramite il costante sforzo critico nei confronti dell’attualità, la vera chiave per un governo democratico. Un educazione che deve necessariamente affondare le proprie radici nell’impostazione critica della quale si ha bisogno per interpretare il presente.
Perché, come William Thomas ci rivela nel suo famoso teorema, se qualcosa è creduto reale, lo diviene nei suoi effetti. I fatti non hanno alcuna importanza, in quanto la manipolazione che il comune sentire applica sulla realtà è tanto forte da decidere le sorti di una nazione.
Ed è per queste motivazioni che risulta davvero inaccettabile questa riduzione della realtà al consumo del presente, dove la memoria comune collide con quella mediatica, finendo per rendere vero ciò che è creduto tale.
Chiaro esempio di questa sindrome cronica è quella che è stata definita videocracy, ossia il regime di mobilità sociale rimastoci, per cui al successo nella vita si ricollega non l’essere importanti, quanto l’essere famosi.
L’importante non è l’essere, quanto l’apparire.
Quest’atteggiamento nei confronti delle possibilità di ascesa sociale è forse uno dei più gravi sintomi della condizione italiana, ed in questo, credo si possa dire senza poter essere tacciati di faziosità, la maggiore e quasi assoluta colpa va imputata al berlusconismo.
Viviamo per apparire, non per essere, per la fama e non per la gloria.
E se le mete culturali sono desolanti, non si può certo giudicare migliori i mezzi per raggiungerle, se si calcola che l’unica speranza per molti di affermarsi è la partecipazione a reality shows al modico prezzo di una voyeristica prostituzione del proprio diritto alla solitudine, nonché di un’inquietante spinta all’alienazione dell’autenticità del proprio esperire nella logica del palcoscenico, quindi nel recitare la propria esistenza, come si trattasse di un film.
La televisione diviene in questo modo l’unica certificazione dell’esistenza, con un consequenziale rovesciamento, in cui essa non è più rappresentazione della realtà del mondo, quanto una vera e propria fenomenologia della realtà, l’unica esperienza con la quale l’individuo possa giungere al mondo, sia come spettatore che in questo modo distingue il vero dal falso, sia come reality-actor, che nasce all’interno dell’esistenza entrando in televisione.
Tenuto conto di ciò, non ci si può stupire, nell’osservare la fusione, davanti ai nostri occhi, di giornalismo e politica, nella quale gli organi di stampa divengono organi di propaganda partitici, ed i partiti divengono le fonti capaci di produrre scandali con i quali colpire i propri avversari.

Se la fenomenologia della condizione italiana appare così avvilente, non lo è, però, il punto focale dal quale si originano tutte queste problematiche: L’uomo. Per quanto trovino tutta la mia simpatia coloro che tendono a riporre poca fiducia negli esseri umani, rimane viva e credibile l’idea che Aristotele propugnava già nel IV Secolo A.C. Per cui un uomo libero lo è, qualunque sia la sua condizione.

Gli italiani dovranno, comunque, chiarire a loro stessi, se siano davvero capaci di abbattere quella visione dialettica tra omologazione e alternativismo, destra e sinistra, fede ed ateismo.

Perché solo nel momento in cui la propria individualità smette di reggersi sulle stampelle delle opinioni altrui, e l’individuo torna in sé stesso abbandonando le comode certezze altrui, per essere uguale esclusivamente a sé stesso, si possono gettare le basi per un paese libero.
O, nel caso dell’Italia, fare in modo che nel nostro disgraziato parlamento non capitino più quegli emeriti imbecilli che a colpi di accetta stanno massacrando i nervi di qualsiasi essere che, nel nostro paese, si possa dire senziente.

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